Non è una fontana quella di Trevi

Da qualche tempo temi come quello della sostenibilità ambientale e del cambiamento climatico ci fanno riflettere sugli sprechi e su come evitarli. In particolare, abituati come siamo a considerare l’acqua un elemento scontato della nostra vita, ci angosciamo all’idea che una sostanza tanto indispensabile al nostro benessere quotidiano possa venirci meno.

Immaginiamo ora tempi in cui l’acqua era un bene prezioso e scarsamente disponibile. Gli storici dicono che la vera causa della caduta della città antica coincise con il taglio degli acquedotti da parte di Vitige re degli ostrogoti nel 537. Roma, fino ad allora ricchissima di acque, se ne trovò all’improvviso quasi completamente e drammaticamente sprovvista. La situazione durò per molti secoli, finché i papi decisero di ripristinare almeno alcuni degli antichi acquedotti.

L’acquedotto romano dell’Acqua Vergine fu il sesto costruito in età romana. L’opera si deve ad Agrippa, genero di Augusto, che nel 19 a. C. ne volle la realizzazione per alimentare le sue monumentali terme dietro al Pantheon. Tuttora in funzione, fu anche il primo che i pontefici ripristinarono.

L’Acqua Vergine scaturisce da Salone, presso le falde dei colli Albani, entra in città all’altezza dei monti Parioli, corre da Villa Giulia a Villa Medici, entra a piazza di Spagna attraverso via di San Sebastianello dove è ancora visibile la botte omonima; da qui raggiunge poi il Corso, per diramarsi attraverso il centro della città fino al Pantheon, a piazza Navona e oltre. Lungo il percorso la sorgente di avvio era integrata da altre fonti. Una di queste, Bocca di Leone, ha dato il nome all’elegante strada omonima.

Se da un lato l’acqua veniva rimboccata da fonti aggiuntive, dall’altro ne facevano razzia i vari principi e cardinali che se ne servivano per alimentare le fontane dei loro giardini. Per accontentare almeno in parte la richiesta popolare, i proprietari costruivano delle fontane cosiddette “semipubbliche”, ossia alimentate con acqua privata ma collocate all’esterno della proprietà, perché tutti potessero giovarsene. Inoltre, molte delle fontane che ora consideriamo solo dal punto di vista estetico e decorativo servivano ad assicurare acqua al popolo. Così nacquero, in epoche diverse, le fontane di piazza del Popolo, del Babuino, di piazza di Spagna, Navona e tante altre.

Vari papi si impegnarono a ripristinare l’Acquedotto Vergine che, anche se fu l’unico mai completamente interrotto, necessitava di una continua manutenzione: da un lato occorreva liberare i condotti dalla terra e dalle piante che vi crescevano, dall’altro le tubature dovevano essere tempestivamente riparate per evitare perdite d’acqua e prevenire danni più gravi.

Insomma, tra problemi tecnici, pratici e legali, la gestione delle acque doveva costituire un bel rompicapo. Ecco perché quando si riusciva a risolvere la questione con successo, il minimo che i pontefici volevano era dare memoria imperitura alla loro impresa costruendo una mostra, ossia una prova che testimoniasse aere perennius la realizzazione di un progetto tanto popolare.

Dei tanti papi che si affannarono per portare l’Acqua Vergine a Roma e discussero sulla forma da dare al relativo sbocco, il merito di costruirne la mostra va a Clemente XII che nel 1731 poté così ornare con il suo stemma la più celebre mostra d’acque del mondo: la Fontana di Trevi.

Clemente XII, rampollo della nobile famiglia di origine fiorentina dei Corsini, dette a Roma alcuni dei suoi monumenti più importanti: Palazzo Corsini alla Lungara, ora sede dell’Accademia dei Lincei, il Palazzo della Consulta al Quirinale, la Cappella Corsini in San Giovanni in Laterano.

Il suo stemma, bandato d’argento e di rosso, alla fascia d’azzurro attraversante, è chiaramente visibile sul culmine della fontana, sopra l’epigrafe dedicatoria sorretta da due geni alati.

Nel progetto di Nicola Salvi, un vero capolavoro del tardo Barocco, la mostra occupa tutto il lato posteriore di Palazzo Poli, di cui si vede ancora qualche finestra nonostante il papa avesse autorizzato l’architetto a chiudere senza scrupoli tutte quelle che avessero intralciato il suo lavoro. Al centro della fontana un attico, decorato da quattro statue, sovrasta il palazzo per dare maggiore slancio verticale all’opera. Al centro dell’arcone la figura gigantesca che trattiene i cavalli non è Nettuno, come molti turisti immaginano, ma Oceano che tiene per le briglie un cavallo imbizzarrito, simbolo della violenza del mare in tempesta, ed un altro docile a rappresentare il mare calmo. I due bassorilievi ricordano l’apparizione della fanciulla che indicò la sorgente ai soldati romani assetati e Agrippa che decide la costruzione dell’acquedotto.

Il gioco dell’acqua che si frange sugli scogli sarebbe meraviglioso se il suono prodotto dalle molteplici e spumeggianti cascate non fosse sovrastato dal rumore della folla che si assiepa nella piccola piazza. Vale allora la pena di tornare ad ammirare la Fontana di Trevi in piena notte per ritrovare l’atmosfera che Fellini seppe magicamente creare nella Dolce vita.

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