A chi non piace Ponte Sant’Angelo?

Il ponte per antonomasia a Roma è il ponte che collega il Mausoleo di Adriano a Campo Marzio. Era l’unico rimasto in piedi di tutti quelli costruiti dai romani nel centro abitato e rimase tale fino al 1473. Si può capire che gli fosse dedicata molta attenzione e molti furono i nomi che ebbe. I primi due – Elio e Adriano – fanno riferimento all’imperatore che lo costruì; fu poi chiamato Ponte San Pietro, visto che consentiva l’accesso alla Basilica Vaticana, e solo molti secoli dopo si cominciò a parlare di Ponte Sant’Angelo. L’angelo in questione è in realtà un arcangelo e precisamente l’arcangelo Michele. 

Michele, più importante degli altri due arcangeli Gabriele e Raffaele in quanto principe delle milizie angeliche, è conosciuto nelle tre religioni monoteiste del Mediterraneo. Simbolo della lotta tra il bene e il male, è rappresentato con la bilancia per pesare le anime in una mano e la spada per trafiggere il dragone nell’altra. Proprio rinfoderando la spada a significare la fine di una grave pestilenza, è ritratto in cima a Castel Sant’Angelo. Il culto di Michele era largamente diffuso tra le popolazioni del Nord e fu forse introdotto anche dai sassoni che vivevano a Borgo. Inoltre la devozione a Michele era probabilmente legata alle alture. Non è un caso che in Cornovaglia il monte situato alla punta estrema della penisola sia chiamato Saint Michael’s Mount. Allo stesso modo, in Francia, si chiama Mont Saint Michel il monte che, nella grande baia che lo circonda, si trasforma in isola con l’alta marea.

Il ponte romano fu inaugurato nel 134 d. C., e nessuno meglio di Marguerite Yourcenar ha saputo esprimere il sentimento di Adriano a riguardo: “Avevo concepito l’idea di un palazzo della morte, che non sarebbe stato riservato solo a me stesso e ai miei successori immediati, ma dove avrebbero riposato gli imperatori futuri, separati da noi dalla prospettiva dei secoli; principi che ancora devono nascere hanno così il loro posto già assegnato nella tomba”*. La profezia di Adriano fu in parte realizzata: fino a Caracalla, che morì nel 217, tutti gli imperatori romani furono deposti nel mausoleo. Poi la storia sconfisse la visione grandiosa di Adriano ma il suo monumento funebre trasformato in fortezza continua a dominare la sponda destra del Tevere. 

Molte trasformazioni e atti vandalici colpirono il mausoleo con il trascorrere dei secoli. Se osservate la fortezza con attenzione, vedrete che il grande corpo circolare che si erge all’interno della base quadrangolare, è diviso orizzontalmente in due fasce: quella superiore è realizzata in laterizio, quella inferiore simula una rovina non casuale, ma perfettamente organizzata. Questa organizzazione del muro mi fa venire in mente lo sfondo di tanti dipinti sacri del Quattrocento in cui dietro il gruppo sacro si vedono edifici antichi in rovina, con un messaggio simbolico chiaro: la rovina del mondo pagano si supera grazie al messaggio del Cristianesimo, come in questa Adorazione dei Magi di Ghirlandaio. Mi piace pensare che anche Castel Sant’Angelo, un monumento in cui l’innesto tra antichità classica e mondo cristiano è così evidente, risponda a questa simbologia.

Tutti conosciamo Ponte Sant’Angelo per averlo attraversato tante volte, ma forse senza dedicargli l’attenzione che merita. Uno degli esercizi più difficili da praticare a Roma consiste nel recuperare la meraviglia di fronte a monumenti che sono così intimamente legati alla nostra vita quotidiana da perdere il loro carattere eccezionale. Eppure, il ponte è legato, tra gli altri, al nome di due grandissimi artisti: Leon Battista Alberti e Gian Lorenzo Bernini.

Un primo elemento da osservare è che, contrariamente ad altri ponti romani – ad esempio Ponte Milvio -, il nostro ponte non prevede oculi o finestre per favorire il deflusso delle acque. In un punto in cui le inondazioni del Tevere erano una tragica ricorrenza, non si spiega come fosse possibile. 

Leon Battista Alberti, autore del De re aedificatoria un celebre trattato sull’architettura, aveva dedicato grande attenzione alla costruzione dei ponti. Quando Niccolò V gli chiese di progettare la nuova cittadella papale intorno a San Pietro, Alberti si occupò sicuramente anche di rinforzare Ponte Sant’Angelo. A lui si devono i piloni che, dal punto di vista statico e militare sono sicuramente utili, mentre dal punto di vista della protezione dalle inondazioni sono addirittura nocivi perché oppongono strutture ancora più massicce alle acque. Non è chiaro perché fu scelta propria questa soluzione.

Un’altra particolarità di Ponte Sant’Angelo rispetto ai precedenti ponti riguarda la ringhiera in ferro voluta da Bernini. È un’innovazione importante perché ci aiuta a capire la poetica del Barocco e l’amore di Bernini per il movimento: attraverso le aperture delle griglie, il fiume discorre con il ponte coinvolgendo chi lo attraversa in una polifonia sensoriale basata sul gioco luce/ombra e sul fluire delle acque che scorrono. Testimonia ancora del gusto scenografico barocco, la superba via crucis impersonata dagli angeli che recano gli strumenti della Passione. Imboccando il Ponte dalla riva sinistra, ci accolgono san Pietro con le chiavi e san Paolo con la spada. Poi non avrete difficoltà a riconoscere i 10 simboli: i flagelli, la corona di spine, il titolo INRI (Iesus Nazarenus Rex Judaeorum), la lancia, la spugna imbevuta d’aceto, il panno della Veronica, le vesti, i dadi, i chiodi, la croce. Bernini scolpì personalmente l’angelo con la corona di spine e quello con il titolo INRI. Il risultato fu così riuscito che si ordinarono delle copie per il ponte. Oggi, dopo varie vicissitudini, gli originali berniniani possono essere ammirati nella chiesa di Sant’Andrea delle Fratte.

Il titolo di questa passeggiata può sembrare una domanda retorica, come dire “non è possibile che Ponte Sant’Angelo non piaccia a tutti”. Eppure, nella vasta memorialistica dei viaggiatori del Grand Tour, ne ho trovato uno che si esprime in questi termini: 

“Il ponte Sant’Angelo è magnifico, rivestito di una balaustra di marmo bianco su cui poggiano i piedistalli di dieci angeli, anch’essi in marmo, che recano gli strumenti della Passione. In fede mia, gli strumenti della Passione fanno un misero effetto sul ponte.  Gli angeli e i santi stanno così bene nelle chiese! Perché non lasciarveli? Non sembra che piaccia loro stare dove si trovano o, perlomeno, hanno un’aria assai fuori posto”*.

A scrivere questo giudizio non era uno sprovveduto ma il conte Charles de Brosses, uomo di grande spirito ed enorme cultura, geografo, linguista, autore di molte voci della Encyclopédie di Diderot e D’Alembert, ma vero uomo del Settecento nel rifiuto di tutto ciò che giudicava irrazionale.

Noi non ci lasciamo influenzare da questo giudizio critico. Voltando le spalle alla riva sinistra dove in passato si svolgevano le esecuzioni capitali, per avviarci verso la riva destra, dove musicisti improvvisati e mimi fantasiosi ci offrono ben una più allegra prospettiva.


*  Marguerite Yourcenar, Mémoires d’Hadrien, Paris, Gallimard, 1974, p. 246.

* Charles de Brosses, “Lettres familières écrites d’Italie”, in Yves Hersant, Italies. Anthologie des voyages français aux XVIII et XIX siècles, Paris, Robert Laffont, 1988, p. 38.

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