Andare in paradiso

Si può dire che l’acqua, elemento indispensabile alla vita, abbia un valore religioso archetipo?

Nelle tre religioni monoteiste del bacino del Mediterraneo, l’acqua svolge un ruolo importante. Per gli ebrei la purificazione nel mikvé, una sorta di piscina che consente l’immersione totale, si esegue immergendovisi finché neppure un capello resta fuori dell’acqua. Davanti alle moschee islamiche, sono sempre presenti fontane che i fedeli usano per le loro abluzioni rituali. Per i  cristiani delle origini il sacramento del battesimo comportava l’immersione totale, col tempo spesso sostituita con l’aspersione di acqua lustrale, ossia benedetta.

C’è un gesto che i fedeli compiono ancora oggi entrando in chiesa che ricorda simbolicamente le abluzioni del passato: si immergono le dita nell’acquasantiera, posta generalmente su un pilastro accanto all’ingresso. A volte sono dei veri e propri piccoli capolavori di scultura e composizione, come ad esempio le due acquasantiere settecentesche che, in un tripudio di marmi policromi, accolgono i fedeli a San Pietro.

Come le moschee, anche le basiliche cristiane erano precedute da uno spazio alberato, spesso cinto da un quadriportico, chiamato paradiso, una voce di origine iranica che indica un giardino. Al centro del paradiso era collocata una fontana per le abluzioni, con una finalità igienica oltre che rituale.

Dopo l’editto di Milano del 310 che assicurava libertà di culto ai cristiani, Costantino fece costruire una grande basilica sul luogo del martirio di san Pietro. La basilica costantiniana era preceduta da un quadriportico al centro del quale fu posta, in funzione di fontana, la grande pigna di bronzo ritrovata nel rione omonimo e ora custodita nel cortile del Belvedere in Vaticano. L’acqua lustrale sgorgava dalle scaglie della pigna. 

Purtroppo, nulla è rimasto dell’antica basilica che Bramante distrusse su ordine di Giulio II per far posto al nuovo tempio cristiano. Per molti la demolizione della gloriosa chiesa delle origini fu considerata un tale scempio da far appioppare un ingiurioso soprannome all’architetto che l’aveva condotta a termine: Bramante fu da allora chiamato “mastro ruinante”.

Però Roma ci offre ancora la possibilità di farci un’idea dei paradisi cristiani, perché ne conserva uno che è possibile visitare andando in Trastevere alla chiesa di Santa Cecilia.

Cecilia era una nobile fanciulla romana vissuta nel III secolo, che si era votata al cristianesimo e alla castità. Quando la diedero in sposa a Valeriano, riuscì a convincere il giovane marito a convertirsi e a mantenerla vergine. Al loro esempio, parenti ed amici si convertirono in massa sfidando così le autorità romane. Il prefetto li uccise, confiscò i loro beni e convocò Cecilia. La fanciulla si rifiutò di sacrificare agli dei e il prefetto la condannò a morte per decapitazione, visto che era cittadina romana. Il boia la colpì tre volte, senza riuscire a reciderne la testa. Poiché la legge non permetteva che fosse sferrato un quarto fendente, Cecilia fu riportata a casa dove sopravvisse per tre giorni, convertendo tutti coloro che la visitavano e chiedendo che la sua casa fosse trasformata in chiesa. E così fu fatto.

Nel 1597, il cardinal Sfrondati, titolare di Santa Cecilia, decise di fare lavori di restauro nella basilica. Sotto l’altare fu ritrovato il sacello della santa che fu aperto alla presenza di molti testimoni, tra cui Cesare Baronio autore degli Annales Ecclesiatici e amico di san Filippo Neri. Aprendo il coperchio della tomba si scoprì che il corpo era rimasto intatto, con indosso una veste d’oro e il capo avvolto in un velo scuro. La notizia suscitò tale emozione che Stefano Maderno fu incaricato di scolpire la statua della santa nella postura in cui fu trovata. L’opera, di dolce bellezza, fu posta sotto l’altare dove ancora oggi possiamo ammirarla.

Il vero scopo di questa passeggiata è il giardino che precede l’ingresso alla basilica, dove possiamo mentalmente ricostruire le usanze del passato. Infatti, al centro, un càntaro ricorda l’abitudine di detergersi prima di andare a pregare.

Anche se le nostre passeggiate sono finalizzate ad un unico elemento, non posso trattenermi dal segnalare che il ciborio che sovrasta l’altar maggiore è opera di Arnolfo di Cambio, il grande scultore e architetto fiorentino. Vale la pena di ammirarlo come una delle rare testimonianze del medioevo a Roma.

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