I denti del Tasso

L’associazione che scatta spontanea quando si parla di Tasso e di Roma è riferita alla celebre quercia del Gianicolo che, secondo la tradizione, sarebbe stata la meta delle sue passeggiate quotidiane nelle ultime settimane di vita. Anche se ormai secca e sorretta da pali, la quercia esiste ancora.

Torquato Tasso, come tutti gli intellettuali del suo tempo, sentiva fortemente il fascino della città eterna che cita più volte nella Gerusalemme liberata e proprio a Roma chiede di andare quando sente con chiarezza che la morte è prossima. In una lettera a Antonio Costantini, si esprime così:  Che dirà il mio signor Antonio, quando udirà la morte del suo Tasso? E per mio aviso non tarderà molto la novella perch’io mi sento al fine de la mia vita, non essendosi potuto trovar mai rimedio a questa mia fastidiosa indisposizione, sopravenuta a le molte mie altre solite*.

Dopo un convulso vagabondare, Tasso decise di stabilirsi a Roma. Le ragioni della sua scelta furono di vario ordine. A Roma era sepolta la madre che aveva perso all’età di otto anni. Inoltre, Clemente VIII, il papa che quando era missionario aveva scoperto e fatto conoscere in Europa la pianta del caffè, gli aveva promesso una pensione e la solenne incoronazione come poeta.

Fu accolto nel Convento di Sant’Onofrio, sul Gianicolo, meta della nostra passeggiata odierna dove salirono in pellegrinaggio anche Goethe e Chateaubriand. Giungere alla chiesa e al convento offre un senso di profondo sradicamento. La pace e la semplicità del luogo fanno dimenticare di trovarsi a poche centinaia di metri dal traffico arrabbiato del Lungotevere.

Tasso soffriva di gravi disturbi psichici che si manifestavano attraverso mania di persecuzione e conseguenti atti gravi di violenza. Ad esempio, si lanciò contro un servitore con il coltello in mano, perché si era convinto che lo spiasse. La sua sofferenza si manifestava anche nei confronti della Gerusalemme, alla quale lavorò tutta la vita. Si tormentava temendo di non aver rispettato le regole aristoteliche di unità d’azione, tempo e luogo; quanto al contenuto, arrivò a rivolgersi al temibile Tribunale dell’Inquisizione per essere rassicurato sulla ortodossia dell’opera e tanto basterebbe per giudicarlo malato di mente. Del resto, anche a Ferrara, dove Tasso fu rinchiuso per sette anni nell’ospedale di Sant’Anna, era finito il tempo arioso e sereno di Ludovico Ariosto e con la sua sensibilità d’artista Tasso risentiva del clima cupo della Controriforma.

Entrando nella chiesetta quattrocentesca, balza agli occhi nella prima cappella a sinistra il monumento ottocentesco al nostro Torquato. L’erezione del monumento fu decisa nel 1857. La salma fu esumata e si chiese ad un professore di anatomia della Sapienza di esaminarla. Il professore svolse con riverenza il suo incarico e, come reliquia laica, trattenne tre denti del grande poeta, che consegnò al parroco perché li conservasse con il dovuto rispetto. Poco sensibile al genio, il parroco li perse.

Prima di lasciare Sant’Onofrio, non dimenticate di visitare il piccolo chiostro. Se poi siete accompagnati da bambini, sarà d’obbligo salire in cima al Gianicolo, perché possano assistere al tradizionale spettacolo di burattini.


* Torquato Tasso, Gerusalemme liberata [1581], a cura di Lanfranco Caretti, Milano, Mondadori, 2006, p. LIII.

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