Un quadrilatero a tre lati

D’azzurro alla rovere d’oro con i rami passati in doppia croce di Sant’Andrea

Così in araldica è descritto lo stemma della famiglia della Rovere, che dette due papi a Roma: Sisto IV, il papa che nel Quattrocento adornò la Cappella Sistina con i due cicli di affreschi sulla vita di Gesù e di Mosè, e Giulio II, che commissionò a Michelangelo la volta della stessa cappella. Questo per dire che, quando una famiglia aveva la fortuna di contare due papi nel proprio seno, il secondo cercava di enfatizzare il lavoro del primo, a maggior gloria del casato.

Il secondo papa della Rovere seguì la stessa politica anche in campo urbanistico: Sisto IV aveva costruito un ponte, Giulio II pensò di realizzare due strade parallele alle sponde del Tevere e un secondo ponte a chiudere il quadrilatero. Ma le cose non andarono così.

Durante il giubileo del 1450, un’enorme folla di pellegrini si accalcava sull’unico ponte disponibile – ponte Sant’Angelo – quando la mula cavalcata da un ecclesiastico si imbizzarrì, provocando una catastrofe: i parapetti del ponte cedettero e un numero elevato di pellegrini morirono cadendo nel fiume o schiacciati dalla folla. Eletto papa nel 1471, Sisto IV pensò di preparare per tempo il giubileo del 1475, costruendo un secondo ponte che agevolasse il transito verso il Vaticano. Nacque così un ponte che, dal nome del suo costruttore, ancora oggi è chiamato Ponte Sisto.  Erano mille anni che a Roma non si costruiva un ponte. Per la sua impresa, il papa affidò l’incarico a Baccio Pontelli, architetto anche della Cappella Sistina, che innestò la prima arcata del nuovo ponte sui resti di un ponte romano, appoggiato alla riva destra del Tevere, chiamato in molti modi diversi: Aurelius, Fractus, in Onda.

Eletto papa nel 1503, Giulio II fu un papa dalla personalità complessa. Da un lato ornò Roma e il Vaticano di monumenti pregevolissimi, dall’altro si mise spesso alla testa delle truppe pontificie meritando così il soprannome di “papa guerriero”. Raffaello lo ritrasse in un dipinto ad olio su tavola, che divenne il prototipo dei ritratti papali (da notare l’elemento araldico delle ghiande che orna la spalliera). In città, per tenere a bada il rione di Trastevere, noto per le sue rivolte, finì di costruire una strada iniziata dal suo predecessore che andava (va) dall’attuale piazza della Rovere a Porta Settimiana. Una volta ultimata la via sarebbe stata lunga circa 800 metri, una dimensione notevole a quel tempo per un rettifilo. Per questo la via fu detta della Lungara.

Parallelamente alla Lungara sull’altro lato del Tevere, fu costruita l’aristocratica via Giulia, un rettifilo di oltre un chilometro che “raddrizzò” una preesistente via tortuosa, come sono rimasti molti dei vicoli circostanti. Il papa guerriero aveva molte ambizioni per la “sua” via. Vi sarebbe dovuto sorgere un grande palazzo di giustizia che si sarebbe chiamato alla romana Curia Julia. Se passeggiando su via Giulia vedete un muro bugnato che fuoriesce come un sedile dalla facciata di un elegante albergo, sappiate che è tutto ciò che resta della erigenda Curia Julia. Inoltre, un secondo ponte della Rovere avrebbe dovuto collegare via Giulia al Vaticano. Secondo i progetti del pontefice un ponte sarebbe dovuto sorgere sulle rovine di un altro ponte romano, il Triumphalis, collegando via Giulia al Vaticano e completando così il quadrilatero della Rovere che rimase invece incompiuto, come la Curia Julia, per la morte del volitivo pontefice.

Il lato di via Giulia più vicino al Vaticano era abitato dalla fiorente colonia fiorentina, raggruppata intorno alla chiesa nazionale (così si chiamavano le chiese dei gruppi di altre città) di San Giovanni dei Fiorentini. La loro collocazione era strategica, perché essendo grandi banchieri, avevano interesse a vivere nella zona dei banchi o, come diremmo noi, degli sportelli di credito. La toponomastica ci aiuta a capire: via dei Banchi Vecchi, via dei Banchi Nuovi, via del Banco di Santo Spirito sono concentrate in quella zona. I fiorentini si dedicavano anche alla macinazione del grano grazie ai mulini che avevano installato sul Tevere, come attesta ancora il nome della via delle Mole dei Fiorentini.

Per consolarvi dell’assenza di Ponte Giulio che, progettato com’era probabile che fosse, da Bramante, sarebbe stato certo più bello di Ponte Vittorio, vi invito ad entrare nella chiesa dei fiorentini. Dalla sua importanza è facile capire il prestigio e la ricchezza di cui godeva la colonia fiorentina a Roma. Fu ancora Giulio II a sostenere nel 1508 l’idea della chiesa come splendido fondale alla sua strada. Il progetto fu poi ripreso da Leone X che, non a caso, era non solo fiorentino ma anche figlio di Lorenzo il Magnifico. Carlo Maderno eresse nel 1602 la cupola, che fu molto criticata perché considerata troppo affusolata, tanto da meritare il non lusinghiero soprannome di “confetto succhiato”. Se pensate che il giudizio sia troppo severo, potete entrare nella chiesa dove, sul pavimento del transetto, una lapide ricorda la sepoltura di Carlo Maderno, che vi sarà grato se vorrete esprimergli i vostri pensieri. Per finire, non dimenticate che accanto a lui riposa suo nipote Francesco Borromini, geniale architetto barocco.

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