Violenze domestiche di uno sposo regale

La passeggiata di oggi richiede una premessa storica che riguarda nientemeno che la storia dinastica inglese. Quando nel 1714 un Hannover fu proclamato sovrano d’Inghilterra con il nome di Giorgio I, esisteva ancora un discendente Stuart che rivendicava il trono. In patria godeva di scarsi consensi, perché gli inglesi non accettavano più un sovrano cattolico. All’estero era invece sostenuto dalle potenze che speravano nella restaurazione cattolica, in particolare il re di Francia e il papa.

Giacomo III Stuart morì in esilio a Roma, a Palazzo Muti. Suo figlio Carlo Edoardo fu l’ultimo erede della famiglia e punto d’avvio della nostra storia.

Carlo Edoardo aveva 53 anni quando decise finalmente di sposarsi. La scelta cadde su Luisa Stolberg, meglio conosciuta come contessa d’Albany, di 32 anni minore di lui.

Era indispensabile per la continuità della dinastia che Carlo Edoardo avesse un erede ma, ahimè, Luisa non era fertile. Viste deluse le sue speranze, l’anziano principe si inasprì dandosi all’alcol e maltrattando la sposa. Intanto Luisa si era legata a Vittorio Alfieri, che immaginò uno stratagemma per liberarla dall’inviso e violento consorte e “da un giogo sì barbaro e iniquo*”. Ecco le sue parole:

“Io salvai la donna mia dalla tirannide d’un irragionevole e sempre ubriaco padrone, senza che pure vi fosse in nessunissimo modo compromessa la di lei onestà, né leso nella minima parte il decoro di tutti”.

L’unica via di fuga per le malmaritate d’un tempo era rifugiarsi in un monastero. Ma come riuscire nell’intento, visto che il marito non la lasciava d’un passo? Un giorno la contessa chiese al marito di accompagnarla a fare una visita al convento delle Bianchette a Firenze, con le quali Alfieri aveva preso accordi rocamboleschi. Arrivata alla scalinata d’ingresso, Luisa si slanciò sulle scale con la sua giovane agilità, mentre lo sposo grasso e annoso cercava invano di starle dietro. Quando arrivò affannato in cima, l’inviolabile porta del monastero si era ormai richiusa alle spalle della contessa che, poco dopo, fu trasferita a Roma nel convento delle Orsoline in via Vittoria. Quando Roma diventò capitale del Regno d’Italia, il convento fu confiscato e assegnato all’Accademia di Santa Cecilia, che ancora lo occupa. L’antica cappella, dove Luisa si raccoglieva in preghiera, è ora trasformata in una sala da concerto in cui fa bella mostra di sé un organo eccezionale realizzato a fine Ottocento dai Walcker, una ditta ancora attiva che iniziò a fabbricare organi nel 1780.

Non è questa la sola testimonianza che attesta la presenza degli Stuart a Roma. Quando Giorgio III, padre di Carlo Edoardo si stabilì a Roma, Clemente XI lo accolse con favore e lo sostenne generosamente sperando che questo principe cattolico potesse porre fine all’eresia anglicana in Inghilterra. La Camera Apostolica affittò per lui e la sua corte Palazzo Muti (ora Balestra) a Santi Apostoli affidandone il completo restauro ad Alessandro Specchi, architetto famoso per aver realizzato il Porto di Ripetta. Non è possibile visitare gli sfarzosi saloni dove si svolsero le feste dei reali in esilio, ma si può ammirare la bella facciata del palazzo con l’immancabile targa marmorea che ricorda il cardinale di York, fratello di Carlo Edoardo.

Ma il monumento più prezioso della presenza degli Stuart a Roma è custodito a San Pietro, chiesa che dopo una lunga fila può ancora essere visitata senza biglietto d’ingresso. Si tratta del sepolcro degli ultimi Stuart, scolpito da Canova nell’ultima fase della sua vita. L’artista ha evocato il senso della morte attraverso la forma a piramide tronca, in alto alla quale sono ritratti gli ultimi tre Stuart: Giorgio III e i figli Carlo Edoardo e Enrico Benedetto. Canova li ha raffigurati di profilo, come nelle medaglie antiche. La severa porta a due battenti rappresenta il passaggio dalla vita alla morte, I due geni alati, con le faci rovesciate in segno di lutto, sono stati variamente giudicati dalla critica. Per alcuni troppo simmetrici e convenzionali, hanno invece suscitato l’entusiastica adesione di altri. Fra gli ammiratori, uno dei più accesi è Stendhal che, nelle Promenades dans Rome, descrive più volte il monumento: “Abbiamo rivisto il più ammirevole dei capolavori di Canova: è la tomba di Giacomo III re d’Inghilterra e dei suoi due figli, il cardinale di York e il pretendente al trono, sposo di quella spiritosa contessa d’Albany che fu amata da Alfieri. […] Sotto i busti degli Stuart un grande bassorilievo rappresenta la porta della tomba, e ai lati due angeli di cui mi è davvero impossibile descrivere la bellezza. Di fronte c’è una panca di legno sulla quale, nel 1817 e nel 1828, ho trascorso le ore più dolci del mio soggiorno a Roma. È soprattutto al sopraggiungere della notte che la bellezza degli angeli appare celestiale”**.

Prima di lasciare San Pietro, vale la pena di dedicare un po’ d’attenzione al monumento funebre della moglie di Giacomo III, Maria Clementina Sobieski, che riposa separata dal marito e dai figli. Decisamente le donne di casa Stuart non potevano dirsi privilegiate.


* Tutte le citazioni, tranne l’ultima, sono tratte da Vittorio Alfieri Vita [1804], a cura di G. Cattaneo, Milano, Garzanti, 1977, pp. 195, 

** Stendhal, Promenades dans Rome [1829], Paris, Gallimard, 1997, p. 109.

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