“Le tue Indie sono a Roma”

Negli anni del Concilio di Trento, dal 1545 al 1463, fu elaborata la risposta della Chiesa alle critiche che erano state alle base della Riforma luterana nel 1517. Come per lo più avviene in situazioni così importanti e complesse, all’interno del dibattito si definirono due correnti principali: quella della Controriforma che intendeva ribadire la tradizione senza cedimenti o concessioni, e quella della cosiddetta Riforma cattolica che, pur ribadendo la propria fedeltà alla Chiesa di Roma, pensava che non si dovessero ignorare gli argomenti dei Riformati. Naturalmente fu la prima posizione a prevalere. Anche dal punto di vista artistico si crearono due fronti, che sono ben rappresentati dai due maggiori architetti barocchi: Bernini, ricco e potente, fu architetto dei papi e delle grandi famiglie aristocratiche; Borromini, inizialmente poco riconosciuto, lavorò per gli ordini religiosi minori, come i teatini e i filippini. È in questo clima che si colloca l’opera di Filippo Neri nato nel 1515 e proclamato santo nel 1622.

Permeato da una fede profonda e da un’idea luminosa della carità, san Filippo Neri svolse un ruolo importantissimo nella Roma della Controriforma. Dette l’esempio di una predicazione che, pur ineccepibile sul piano dottrinario, presentava i temi religiosi in modo semplice e accattivante perché tutti potessero capirli. Fondò la Congregazione dell’Oratorio che si dedicava all’apostolato nei confronti dei poveri, con letizia e persino allegria. Fu un ottimo educatore: in un’epoca in cui i metodi didattici erano improntati ad una rigida disciplina e prevedevano anche pene corporali, Filippo si rivolgeva ai ragazzi con dolcezza evitando di assumere posizioni rigide. In proposito diceva che chi non vuole che gli si disubbidisca deve evitare di comandare. Si potrebbe dire, parafrasando Rousseau, che la sua era un’educazione negativa ante litteram: non voleva insegnare il catechismo, non voleva obbligare i ragazzi ad andare in chiesa, non voleva che fossero spaventati da prediche astruse e per loro incomprensibili, non voleva minacciarli di castigo. Lui e i suoi seguaci andavano a parlare nei luoghi dove la gente viveva, nei mercati tra i bottegai, nelle piazze affollate di donne e bambini, ispirati dall’idea che non c’era bisogno di andare missionari nelle Indie per fare del bene. Istituì la visita alle Sette Chiese intesa non come processione ma come una gradevole passeggiata che durava tutta la giornata alternando momenti di raccoglimento e preghiera con attività ricreative, come canti corali e merende sull’erba.

Il Giubileo del 1550 fu un’esperienza centrale nella sua vita. Aveva fondato la Confraternita della SS. Trinità dei Pellegrini, che aveva come compito specifico l’assistenza ai poveri e ai pellegrini che accorrevano in massa a Roma in particolare nell’anno giubilare. “Pippo buono”, come lo chiamavano i popolani,  si dedicò a questi derelitti con tanta dolcezza ed esultanza che, in segno di riconoscimento dell’opera che aveva svolto presso l’Ospedale della Trinità, Gregorio XIII gli concesse la chiesa di Santa Maria in Vallicella costruita a partire dal 1575 sopra una chiesetta preesistente. La chiesa era celebre per un’immagine della Vergine considerata miracolosa perché aveva pianto. Compì un secondo miracolo quando apparve in sogno a san Filippo Neri, mostrandogli che una trave della chiesa stava per crollare. Un intervento immediato permise di evitare un crollo devastante.

Gli effetti della Riforma luterana ebbero ripercussioni anche sull’architettura e l’iconografia religiosa. Alcuni di essi possono essere apprezzati in santa Maria in Vallicella, meta della nostra passeggiata. Fu il santo a volere che le cappelle laterali fossero dedicate ad episodi della vita della Vergine e di Cristo, quasi si trattasse di una nuova Bibbia dei poveri. Il programma iconografico della chiesa fu ispirato all’opera di uno stretto collaboratore del Santo, il cardinale Cesare Baronio autore degli Annales ecclesiastici, che affermava l’esigenza della “verità storica”, ossia di una fortissima aderenza al testo biblico che sola poteva prevenire le critichi di uomini come Lutero o Melantone.

La chiesa è ricchissima di opere straordinarie (nella volta, ad esempio, Il miracolo della Vergine e la visione di san Filippo Neri di Pietro da Cortona) ma io, fedele alla massima che less is more, vorrei proporre di osservare solo due opere che mi sembrano particolarmente significative oltre che per il valore artistico anche per gli elementi iconografici che contengono.

Nella prima cappella a destra, la Crocefissione di Scipione Pulzone, è un esempio dei dettami dl Baronio, come si può osservare da alcuni particolari. Intanto l’opera è di un drammatico realismo, per rispondere all’esigenza degli Oratoriani di commuovere attraverso l’arte. Il Cristo è raffigurato nel momento di suprema sofferenza che precede la morte, con i muscoli addominali contratti dal supplizio e il sangue che sgorga. La scena è scura per una notte improvvisa come lo fu il Golgota. La croce è ricavata da un legno povero e rozzamente piallato. La Vergine è presentata in piedi, come si legge nel Vangelo di San Giovanni, e non accasciata dal dolore come era diventato d’uso comune. Il teschio di Adamo ai piedi della croce allude al peccato originale, dal quale il sacrificio di Cristo riscatta gli uomini. Il gesto di san Giovanni che allarga le braccia in atto di preghiera preannuncia i gesti analoghi della Vergine e di Maria di Cleofa nella Deposizione che Caravaggio dipinse per la seconda cappella a destra ora sostituita da una copia.

Sull’altar maggiore una pala di Rubens è prova del difficile rapporto tra artista e committenti nel periodo della Controriforma. Una prima versione dell’opera fu rifiutata dai padri filippini che non la considerarono confacente. L’attuale pala fu frutto di direttive precise da parte dei padri. Divisa in tre parti, i santi delle due parti laterali acquistano monumentalità plastica e autorevolezza. La Vergine al centro è posta su uno sportello mobile che copre l’immagine miracolosa sottostante, visibile solo in occasioni solenni. Un tributo di angeli la circonda.

San Filippo Neri e il Cardinal Baronio, suo successore alla guida dell’Oratorio, sono entrambi sepolti in santa Maria in Vallicella. A voi trovare dove.

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