Case come canterani

Roma è la città barocca per eccellenza. Se noi oggi ci entusiasmiamo di fronte alle chiese e palazzi che illustrano questo stile, il giudizio critico non è sempre stato così favorevole. Lo stesso termine “barocco” ha un’implicita connotazione negativa. Nella sillogistica medievale, si chiamava baroco una figura considerata poco chiara, in cui la premessa maggiore era universale affermativa, la minore e la conclusione particolari e negative, come nell’esempio: “Ogni uomo è animale; qualche vivente non è animale; dunque qualche vivente non è uomo”. La perla barocca era una perla scaramazza, cioè irregolare e quindi di poco valore. Il giudizio negativo sul barocco ha la sua radice nell’Illuminismo, e si sviluppa nel Neoclassicismo, che apprezzava in arte come in architettura le forme classiche, simmetriche e razionali. Niente di più antitetico al barocco, con la sua spinta vitalista e spesso bizzarra, il suo gusto per l’infinito, per l’illusionismo ottico, per l’uso della luce come elemento intrinseco dell’opera.

La grande parabola barocca si esaurì a Roma negli anni a cavallo tra Sei e Settecento per un insieme di ragioni legate soprattutto alla crisi politica del papato nel quadro europeo e alle disastrose condizioni economiche dello Stato pontificio. 

Nel 1724 fu eletto papa Benedetto XIII, della potente famiglia degli Orsini. Il nuovo papa, che apparteneva all’ordine domenicano, era noto per la sua grande devozione e per lo spirito caritatevole. Quando era vescovo di Benevento tanto si prodigò quando la città fu colpita da un terribile terremoto, da meritare il titolo di secondo fondatore della città. Queste note biografiche fanno capire come non potesse essere lui il papa mecenate che avrebbe finanziato lavori imponenti. Doveva però risolvere un problema, quello di completare la piazza di fronte alla chiesa di Sant’Ignazio. La chiesa in onore del fondatore dell’ordine dei Gesuiti, iniziata nel 1562, non fu conclusa che nel 1685. Ormai i finanziamenti erano finiti e non era possibile costruire la cupola che fu sostituita da un enorme tela en trompe l’œuil, del diametro di 17 metri, realizzata dal gesuita Andrea Pozzi. Ma i problemi non erano ancora finiti. Uno degli architetti che si erano avvicendati nell’interminabile impresa edilizia commise l’errore di rialzare la facciata di cinque metri rispetto al progetto originario. La chiesa si ergeva dunque enorme di fronte ad una minuscola piazza. Erano passati i tempi in cui si demolivano le case a piazza Farnese per creare una piazza ariosa che facesse risaltare la mole del palazzo. Benedetto XIII, denominato “papa dell’intonaco” per la sua parsimonia nelle opere pubbliche, affidò l’incarico di sistemare la piazzetta a Filippo Raguzzini, un architetto napoletano ancora di scarsa fama a Roma. 

Da queste condizioni così svantaggiose nasce però un vero e proprio miracolo di ingegno e originalità. In uno spazio ridottissimo, Raguzzini progetta dei palazzi mossi e di forma irregolare che non permettono all’occhio di scoprire subito l’imponenza della facciata. Inventando una vera e propria quinta teatrale, l’architetto realizza un gioiello dell’arte rococò. Che passeggiata incantevole scoprire i vari punti di vista che la piazzetta offre al visitatore!

Neppure un risultato così felice fu però esente da critiche. L’arte rococò, che deve il suo nome al termine rocaille – un tipo di decorazione che utilizzava pietre e conchiglie per ottenere effetti sensuali e raffinati -, si distingue dal barocco per il suo rifiuto dell’imponenza e del sublime a favore della grazia e della raffinatezza. La transizione da uno stile all’altro è molto evidente nel mobilio, che diventa più minuto e mosso, ma anche più comodo ed elegante.

Ecco perché i palazzi di Raguzzini furono bollati da Francesco Milizia, un grande teorico del Neoclassicismo, che li definì sprezzantemente “edifici come canterani”.

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