Roma come palinsesto

Quando arrivò a Roma per la prima volta, Goethe rimase sbalordito dalla bellezza della città, che visitò instancabilmente. Ciò che più lo attraeva era la sua parte antica; ciò che lo infastidiva era dover scovare, quasi indovinare, i resti della Roma imperiale leggendo tra le maglie dei nuovi edifici. Ecco così si esprime in proposito nel suo diario di viaggio: 

Sono qui da sette giorni, e a poco a poco si precisa nel mio animo un’idea generale di questa città. La percorriamo in ogni senso con scrupolo; io mi familiarizzo con la topografia dell’antica e della nuova Roma, osservo rovine e edifizi, esploro questa e quest’altra villa, lentamente m’accosto alle maggiori bellezze e non faccio che aprire gli occhi e guardare, che andare e venire, giacché solo a Roma ci si può preparare a comprendere Roma.

Ma, confessiamolo, è una dura e contristante fatica quella di scovare pezzetto per pezzetto, nella nuova Roma, l’antica; eppure bisogna farlo, fidando in una soddisfazione finale impareggiabile. Si trovano vestigia di una magnificenza e di uno sfacelo che superano, l’una e l’altro, la nostra immaginazione. Ciò che hanno rispettato i barbari, l’han devastato i costruttori della nuova Roma*.

L’atteggiamento di Goethe è comprensibile. Erano gli anni del Neoclassicismo e dei suoi profeti Winckelmann e Mengs. Si voleva ritrovare il senso della bellezza classica. Tutto ciò che si sovrapponeva all’antico era considerato come una contaminazione blasfema.

Quello che invece vorrei proporre è una passeggiata che ci porti a leggere le strutture antiche nella città che vediamo oggi. In altri termini a vedere Roma come un grande palinsesto.

L’esempio più significativo è piazza Navona, una delle magnifiche piazza che ci offre la nostra città. Il nome stesso ne ricorda l’origine, visto che è una corruzione di agone. L’agone di cui si tratta è lo stadio costruito in muratura da Domiziano intorno all’85 d. C.; vi si organizzavano gare atletiche e di pugilato alle quali potevano partecipare fino a 30.000 spettatori.

La chiesa di Sant’Agnese in Agone ci riporta ad una leggenda narrata con dovizia di particolari nella Legenda Aurea di Pietro da Varagine. Agnese era una fanciulla bellissima e pura come l’agnello cui allude il suo nome. Un giorno il figlio del prefetto la vide e se innamorò perdutamente. Agnese, che si era votata alla religione, lo respinse. Il giovane fu così sconvolto dal rifiuto che si ammalò gravemente. Il padre fece convocare Agnese e le disse che, se non avesse accettato di sposare il figlio, l’avrebbe esposta nel lupanare del circo di Domiziano. Inutile dire che Agnese mantenne il suo rifiuto. La condussero dunque al lupanare e la denudarono. Miracolosamente i capelli biondi le crebbero fino a coprirla meglio di una veste, mentre la visione di un angelo dalla luce accecante terrorizzava i presenti. Per farla breve, nonostante numerosi altri miracoli, i pagani riuscirono ad ucciderla.

Questa leggenda è molto nota tra i linguisti perché rimanda ad un poema giunto incompleto che è uno dei primi documenti che testimoniano la transizione dal latino alle lingue romanze. Il verso iniziale descrive la reazione del figlio del prefetto respinto da Agnese e malato di mal d’amore:

es ieu me levarai puech que s’amor aver poirai.

In questo caso è il martirologio cristiano che fa da tramite tra il monumento antico e la chiesa di Sant’Agnese, sorta sull’antico lupanare dello Stadio di Domiziano.

Un altro importante monumento innestato sull’antico è il Palazzo Massimo alle Colonne, che sorge poco lontano da piazza Navona, al 145 dell’attuale corso Vittorio Emanuele II. Il palazzo fu costruito tra il 1532 e il 1536 da Baldassarre Peruzzi per i principi Massimo. 

Mi sembra che questo edificio si presti particolarmente bene a parlare di Roma come palinsesto, visto che vi si possono ricostruire quattro strati diversi. Provo a cominciare dalla fine.

Primo strato. La zona che Corso Vittorio attraversa in età repubblicana apparteneva a Pompeo Magno, il grande nemico di Giulio Cesare, che vi costruì una curia e un teatro, il primo in muratura, dalle dimensioni enormi per il tempo: 180×135 metri che si sviluppavano tra via dei Chiavari e largo Argentina. 

Secondo strato. Nel devastante incendio del 64 d.C., che la tradizione attribuisce a Nerone, tutti gli edifici di questa area andarono persi. Oltre allo stadio (per intenderci piazza Navona), Domiziano vi fece costruire un odeon che ospitasse gare di musica e poesia, forse anche il Certamen capitolinum.

Terzo strato. La famiglia Massimo costruisce sui resti dell’odeon un palazzo, che i lanzichenecchi distruggono nel Sacco del 1527.

Quarto strato. Nel 1536, i Massimo affidarono a Baldassarre Peruzzi il compito di ricostruire il palazzo in forme rinascimentali. Guardando la curva convessa della facciata, unica di questo tipo in tutta la strada, possiamo ancora immaginare l’odeon di Domiziano. 

Attraversando corso Vittorio Emanuele II, in pochi minuti arriviamo a via di Grottapinta. La sua forma circolare, davvero insolita, ci ricorda che gli edifici furono costruiti sfruttando la cavea del teatro di Pompeo. Quando assistiamo a uno spettacolo al Teatro Argentina, ci troviamo nel luogo dove sorgeva il quadriportico del teatro repubblicano e a pochi passi dalla curia di Pompeo in cui Cesare fu assassinato. C’è davvero di che riflettere!


* J. W. Goethe, Viaggio in Italia [1787-1788], traduzione di E. Castellani, Milano, Mondadori, 1983, p. 143,

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