Il pomerio, un recinto sacro

Tito Livio ci racconta la storia della fondazione di Roma. Romolo e Remo, figli del dio Marte e di una vestale, vollero fondare una città nei pressi del Tevere, ma non riuscivano a mettersi d’accordo quale dei sette colli circostanti scegliere. Decisero di affidarsi al sistema etrusco di vaticinio e iniziarono a contare gli uccelli che vedevano in volo.  Romolo ne vide dodici sorvolare il Palatino e Remo sei su un altro dei colli. Allora Romolo circondò il perimetro del Palatino, delimitandolo con un solco del suo aratro. Quindi giurò che avrebbe ucciso chiunque avesse osato valicare quel confine; ma Remo (o Remolo, come diceva un nostro importante uomo politico), stizzito dalla sconfitta, superò il confine e per questo morì di mano del fratello. Narra la leggenda, ma è confermato dalla storiografia antica, che era l’anno 754 avanti Cristo. Molti secoli dopo Pomponio Leto affermò che il giorno preciso era il 21 aprile, data che ancora oggi Roma festeggia.

Il solco tracciato da Romolo ha un’importanza straordinaria perché delimitando la Roma quadrata costituisce il primo pomerio della città, ossia quella striscia di terreno sacro che si trova ai due lati delle fortificazioni. Il pomerio, parola che probabilmente deriva da post e murus, era considerato come un luogo inviolabile: doveva restare libero da costruzioni e non poteva essere varcato dall’esercito in armi. Il pomerio romuleo, detto anche sulcus primigenius, fu il primo di una serie di confini, che allargarono il perimetro della città ogni volta che aumentava la superficie dei territori conquistati dai romani. Era il generale vittorioso e lui solo che godeva di questo diritto. Per indicare l’ampliamento si ponevano dei cippi con un’epigrafe che ricordava l’evento corrispondente.

Quasi tutti i cippi di ampliamento del pomerio sono andati perduti e, anche per questo, è difficile stabilire a quale distanza e con quale criterio venissero posti. 

Per chi ama la storia può dunque essere emozionante vederne uno da vicino (stavo per dire in carne e ossa). Il piccolo prodigio ci riporta indietro di quasi 2000 anni e può compiersi facilmente andando all’incrocio tra via del Pellegrino e via Monserrato dove, all’altezza del numero civico 145, è stato trovato un cippo del pomerio di Claudio posto nel 49 d.C. per celebrare la conquista della Britannia.

Sappiamo da Tacito* che, nel 43 d. C., Claudio prese parte personalmente alla campagna contro i britanni, partecipando alla battaglia del Tamigi. Da qualche anno, un cartello turistico sottolinea opportunamente la lapide. Prima di allora, era facile che passasse inosservata.

L’epigrafe, di difficile lettura, reca questa scritta:

Tiberio Claudio Cesare Augusto Germanico, figlio di Druso, pontefice massimo investito per nove volte della potestà tribunizia, comandante in capo dell’esercito per sedici volte, console per quattro, censore, padre della patria, avendo accresciuto il territorio in nome del popolo romano, ingrandì il pomerio e lo circoscrisse con 35 cippi.

I popoli che abitavano le isole britanniche non si sottomisero facilmente e, solo nel 78 d.C. dopo molti anni di schermaglie, Giulio Agricola riuscì a conquistare definitivamente la Britannia.

Tacito racconta l’impresa in un modo che sembra orripilante alla nostra coscienza moderna e che per certi versi preannuncia Machiavelli. Ma forse gli storici romani erano solo meno ipocriti di quelli attuali.

Agricola radunò le legioni e pochi ausiliari e poiché gli Ordovici [una popolazione del Galles] non avevano coraggio di scendere in pianura, fece salire lui l’esercito sulle alture: si pose davanti alla schiera perché il rischio esigeva lo stesso coraggio da parte di tutti.

Sterminò quasi tutto il popolo, consapevole che il successo deve essere sfruttato subito e che il terrore che avrebbe potuto incutere in seguito dipendeva da come aveva iniziato**.

Se si considera che Giulio Agricola era il suocero di Tacito, capiamo ancora meglio il tono celebrativo. 


* Tacito, Vita di Giulio Agricola, 13. Citato da Publio Cornelio Tacito, Tutte le opere, a cura di Livia Storoni Mazzolari e Giandomenico Mazzocato, Roma, Newton, 2013.

** Tacito, cit., 18.

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