Napoleone e i suoi: quanto sei bella Roma…

A Parigi non esiste un museo intitolato a Napoleone Bonaparte. A Roma sì, e questo vorrà dire qualcosa. Nella storia dei rapporti di Napoleone e della sua famiglia con Roma, c’è un prima, un durante e un dopo: c’è l’ascesa vittoriosa del giovane generale nella campagna d’Italia, il gusto per la romanità del potente imperatore, la fine del tiranno sconfitto e esiliato.

Nel 1796 Bonaparte, comandante dell’armata d’Italia, impone a Pio VI una pesantissima pace e trasferisce in Francia opere d’arte quali la Trasfigurazione di Raffaello e il Laocoonte. Al di là della rapina del vincitore, il giovane Napoleone afferma così l’idea di un museo universale da realizzare ovviamente a Parigi, anelito di tutti i potenti e espressione tipicamente occidentale dell’accaparramento. Se si pensa che ci sono culture che, alla morte di un capo, ne bruciano tutte le proprietà, anche quelle più preziose, c’è da interrogarsi sull’avidità europea che, per i musei, si giustifica come tutela degli oggetti d’arte ma che, trasferita ad altri settori, non è altro che cupidigia e sfruttamento.

Una volta diventato imperatore, Napoleone fece propri i simboli della romanità, in un programma di sapiente organizzazione del consenso. Quando nel 1811 Maria Luisa d’Austria gli dette il sospirato erede, l’imperatore gli assegnò il titolo di re di Roma. Quando l’amata sorella Paolina restò vedova, Napoleone decise di unirsi ad una grande famiglia romana e la dette sposa a Camillo Borghese. Fu una decisione infausta per il principe, che Paolina tradì senza pudore, ma fausta per noi che ne abbiamo ricavato la nota scultura di Canova.

La sconfitta di Waterloo e la grande cesura del Congresso di Vienna (1815) fanno di Napoleone un esule controllato a vista degli inglesi nell’isoletta di Sant’Elena, sperduta nell’Oceano Atlantico. Ma i suoi familiari continuano ad amare Roma e molti di essi vi si trasferiscono. In particolare, la madre Letizia nel 1818 comprò un palazzo all’angolo tra piazza Venezia e via del Corso dove visse fino alla morte. Ancora adesso possiamo vedere una “gelosia” dietro la quale, Letizia osservava il passeggio e, chissà, ripensava alla frase che ripeteva pessimisticamente al figlio negli anni del trionfo: “Pourvu que cela dure”. La storia le aveva dato ragione. Sull’altana del palazzo figura la scritta “Bonaparte”. 

Anche due fratelli di Napoleone trascorsero a Roma il tempo dell’esilio. Girolamo aveva acquistato nel 1806 Palazzo Nuñez, ora Torlonia, a via Bocca di Leone; Luigi viveva a Palazzo Mancini Salviati in via del Corso. Fa tenerezza vedere come i palazzi dove abitarono la madre e questi due figli sorgessero a breve distanza l’uno dall’altro. Un altro fratello di Napoleone, Luciano, si era trasferito a Roma già nel 1804 a causa di un litigio con l’autoritario fratello, che non approvava il suo secondo matrimonio. 

Per il nostro discorso, il personaggio più importante è però il conte Giuseppe Napoleone Primoli, imparentato per parte di madre alla famiglia di Napoleone: sua moglie Carlotta era nipote di Luciano. Nato nel 1851, il conte fu educato a Parigi dove visse fino al 1870. Alla caduta di Napoleone III si trasferì a Roma. Colto, ricco, appassionato di arte e letteratura, bibliofilo, grande fotografo, Giuseppe Primoli fece del suo palazzo a via Zanardelli un punto di riferimento per gli intellettuali francesi e italiani. Stabilì nel suo testamento che la sua vasta biblioteca fosse amministrata da una fondazione e che il primo piano di Palazzo Primoli diventasse la sede del Museo Napoleonico, tuttora aperto. Nelle nostre passeggiate abbiamo stabilito che tutto ciò che si vede non deve comportare alcuna spesa. Ebbene, non trasgredisco questa regola invitandovi a visitare il Museo Napoleonico, perché l’ingresso è gratuito. Vale la pena di entrare per curiosare tra quadri, mobili e cimeli napoleonici. Vi raccomando di sceglierne uno da portare nella mente come ricordo.

In via del Babuino, accanto all’Hôtel de Russie, una targa ricorda i vent’anni di esilio che Napoleone Giuseppe Bonaparte, cugino di Napoleone III, trascorse a Roma. Non ebbe un ruolo storico di spicco. L’unica vicenda di particolare rilevanza politica della sua esistenza fu il suo matrimonio con la figlia di Vittorio Emanuele II Clotilde di Savoia, che Cavour concluse con la consueta abilità. Soprannominato Plon Plon, il principe amava la buona tavola e le belle donne. Non varrebbe la pena di citarlo se non fosse che, proprio leggendo questa lapide commemorativa, lo scrittore Mario Pomilio ha trovato ispirazione per un romanzo che merita di essere letto, intitolato appunto Una lapide in via del Babuino.

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