Le false rocce di Gian Lorenzo Bernini

IL Seicento è il secolo di una poetica che è molto ben descritta nei versi seguenti di Giovan Battista Marino, il maggior poeta barocco italiano: “È del poeta il fin la meraviglia/chi non sa far stupir vada alla striglia”. 

La meraviglia, la trovata inconsueta, il tratto inaspettato, la teatralità formano parte importante del linguaggio di Gian Lorenzo Bernini, sommo architetto e scultore del Barocco romano. Non a caso sono celebri le macchine effimere che costruiva per le grandi ricorrenze religiose, come ad esempio le Quarantore.

Le Quarantore, una festa che allude alle 40 ore trascorse da Cristo nel sepolcro prima della Resurrezione, si celebravano negli ultimi tre giorni di Carnevale. Si trattava di una festa importante perché gettava un ponte tra riti profani e riti religiosi, tra cultura alta e cultura popolare: i dotti decifravano le allegorie dispiegate negli apparati effimeri, i popolani si lasciavano incantare dalle costruzioni teatrali, dagli artifici, dalla ricchezza delle decorazioni. Queste rappresentazioni avevano anche un carattere di edificazione e rispondevano agli intenti della pedagogia controriformista. Ecco perché spesso le macchine si ispiravano al dogma della transustanziazione, ossia della presenza reale del corpo di Cristo nell’Eucarestia, che i protestanti invece negavano. Bernini fu maestro nel creare i teatri religiosi all’interno delle grandi chiese romane, a partire da quella del Gesù che, con la sua struttura a navata unica e transetto breve, era particolarmente adatta ad ospitare rappresentazioni di ampie proporzioni. Non a caso i Gesuiti avevano tra le loro missioni l’educazione e l’organizzare del consenso, l’oratoria e la retorica. 

Purtroppo, possiamo avere una idea di tali realizzazioni solo attraverso le stampe, quanto mai sensorialmente povere rispetto agli originali. Per integrarle, dobbiamo attivare l’immaginazione, sovrapponendo i colori sfarzosi, lo scintillio dell’oro, l’odore degli incensi, la musica, il canto, le preghiere intonate coralmente, il mormorio della folla attonita dei fedeli…

Per ritrovare il gusto per la sorpresa e l’originalità di Bernini, una passeggiata particolare può consistere nello scoprire i “capricci”, gli ammiccamenti, le sorprese che, anche nelle sue opere maggiori, questo grande artista si divertiva a rivolgeva al pubblico. Le rocce, asimmetriche, frastagliate, spigolose, capricciose si prestavano bene a sorprendere, se inserite con arte su una facciata rigorosamente liscia. Una prima tappa di questo itinerario si trova nelle mensole dei davanzali di Palazzo Chigi. Dando le spalle all’Obelisco, occorre osservare la facciata. Dal davanzale delle finestre, severamente squadrate, con piccolo architrave e decorazione laterale a triglifi, spunta inaspettato un cordolo di pietra grezza. 

Allo stesso modo, se entrate nel cortile di Palazzo Barberini e camminate lungo il lato destro, vi troverete di fronte un piccolo ponte… dirupato, non perché sia antico ma per soddisfare un capriccio dell’architetto: una finta rovina molto prima che entrasse in voga il gusto preromantico delle finte rovine.

Infine, se vogliamo stupirci veramente, dobbiamo toglierci la benda dell’abitudine e guardare con occhi nuovi la Fontana dei fiumi di piazza Navona. Quando fu inaugurata, dovette apparire miracoloso che un obelisco, oggetto per definizione pesante e statico, poggiasse al centro di una scogliera, ma sul vuoto, e diventasse così il fulcro di un complesso movimento vitale.  Bernini non avrebbe potuto inventare soluzione più sorprendente.

Fu Innocenzo X Pamphilj a dargli l’incarico di realizzare una grande fontana al centro della piazza, utilizzando l’obelisco del Circo di Massenzio. Guarda caso, il magnifico palazzo della sua famiglia affacciava proprio su piazza Navona. Mi piace pensare che fosse la cognata, l’onnipotente e capricciosa donna Olimpia a pretendere che dalle sue finestre si godesse una vista straordinaria. Del resto, un pettegolezzo affisso sulla statua di Pasquino, che si trova a pochi metri da Palazzo Pamphili, la dice lunga sui peccati della nobildonna: in modo laconico ma sferzante, Olimpia viene definita olim pia, pia sì ma ormai molto tempo fa.

Per concludere vi propongo un verso tipicamente barocco che è un vero enigma: “L’oro cade sotto il ferro”. Che vorrà mai dire? A voi la risposta.

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