Le acque dei romani

L’architettura romana è copiata in modo abbastanza pedissequo da quella greca. Furono però i romani a creare due forme architettoniche nuove: dal punto di vista estetico, l’arco di trionfo; dal punto di vista pratico, l’acquedotto. Secondo Strabone, i romani superarono i greci in tre cose: le strade, gli acquedotti e le cloache.

Roma antica era una città ricchissima d’acque: terme, fontane, ninfei, pozzi, sorgenti e lo stesso fiume assicuravano ai cittadini in abbondanza un elemento indispensabile alla vita urbana. Questa ricchezza è forse anche alla base delle diffuse pratiche igieniche che furono poi perse per secoli nel medioevo.

Il primo acquedotto, che fu costruito a Roma nel 312 a.C. ad opera del censore Appio Claudio Cieco, scorreva prevalentemente in speco sotterraneo e, dalla via Prenestina, arrivava al Foro Boario. Si chiama acquedotto Appio, dal nome della straordinaria figura di magistrato che lo realizzò. Ad Appio Claudio si deve anche la via Appia, regina viarum, come fu poi battezzata: nobile, coltissimo, di vedute per l’epoca aperte, capì tra i primi l’importanza della cultura greca e fu forse il primo letterato in lingua latina. A lui si deve una raccolta di sentenze tra cui la celeberrima Faber est suae quisque fortunae, ciasuno di noi è artefice del proprio destino.

Tornando agli acquedotti, è interessante notare come, ad un significativo aumento della popolazione urbana, corrispondesse la costruzione di un nuovo acquedotto. Così l’Acqua Marcia fu portata in città nel 144 a. C., dopo la vittoria su Cartagine e la conquista della Grecia e della Macedonia, dunque al momento di un incremento notevole degli abitanti.

A cavallo del primo secolo, Augusto incaricò il genero Marco Vipsanio Agrippa di riorganizzare la rete idrica e costruire nuovi acquedotti, anche per far fronte all’enorme quantità d’acqua che le terme richiedevano. Secondo la leggenda, ai soldati di Agrippa stanchi e assettati apparve una fanciulla che li guidò alle sorgenti di Salone, presso la via Collatina, fino ad allora sconosciute. Da qui il nome dell’acqua, che tra l’altro era particolarmente pura e leggera. 

È su questo acquedotto, il sesto in ordine cronologico, che vorrei soffermarmi, visto che dopo venti secoli continua ancora a funzionare. Con un percorso di 19 chilometri quasi tutto sotterraneo, in età romana l’Acqua Vergine arrivava nei pressi di Porta Maggiore, per poi fare un largo giro verso nord e rientrare in città dal Muro Torto per raggiungere infine Campo Marzio. Lungo il percorso erano distribuiti pozzi che, durante la costruzione permettevano l’aereazione e lo smaltimento dei materiali di scavo; finita la costruzione erano altrettante vie d’entrate che garantivano la manutenzione.

È ancora possibile seguire le tracce dell’Acquedotto Vergine all’interno della città. Ed è questa la passeggiata che suggerisco. Si può cominciare da via Due Macelli, entrando nel grande magazzino (department store, come dicono loro) La Rinascente.  Quando sono stati fatti i lavori di restauro dell’immobile, sono stati messi in luce alcuni archi del nostro acquedotto. Il resto del magazzino, con l’esposizione di prodotti di lusso delle varie griffe internazionali, potrebbe trovarsi a Londra, a Parigi, a New York, insomma in una grande capitale qualsiasi. Ma ecco che a Roma c’è il valore aggiunto della scoperta. Scendendo nel piano interrato, si vedono alcuni archi, perfettamente conservati, dell’Acqua Vergine, che ci danno l’idea della profondità alla quale scendeva l’acquedotto.

Guardandoli, pensate ai dati tecnici. Nei punti di massima profondità, le acque scorrevano a 43 metri sottoterra; la pendenza complessiva è di 4,2 metri che, rispetto al percorso totale di 19 chilometri ci dà una pendenza di 0,22 metri al chilometro. Che sapienza! L’acqua scorreva abbastanza in fretta da trascinare con sé i detriti, ma non abbastanza per arrecare danno ai muri.

Uscendo dalla Rinascente, vi consiglio di andare al numero 2 di via del Nazareno, dove è ancor visibile una porta di accesso all’acquedotto, ornata da uno stemma di Sisto IV, che ricorda i lavori di restauro compiuti nel 1475 da questo pontefice. Un arco sovrastava poi la via del Corso all’altezza di Palazzo Sciarra e, sempre seguendo il percorso dell’acquedotto, arriviamo al Pantheon, sua meta finale, dove l’Acqua Vergine alimentava le Terme di Agrippa. A via dell’Arco della Ciambella, si può godere di una bella vista della sezione dell’aula centrale delle Terme, detta appunto la “ciambella”.

One thought on “Le acque dei romani

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: