La Pasqua del Belli

La letteratura italiana dell’Ottocento ha prodotto due straordinari poeti dialettali: a Milano, Carlo Porta e a Roma, Giuseppe Gioacchino Belli.

Belli nacque a Roma in via dei Redentoristi nel 1791 e vi trascorse tutta la vita. Fu per molti anni impiegato presso un’amministrazione pontificia. Lo immaginiamo di solito intristito nel grigiore della Roma papalina, ma in realtà viaggiò molto e lavorò come computista presso alcune famiglie nobili come i Rospigliosi. Fu segretario del principe Stanislao Poniatowski, nipote dell’ultimo re di Polonia, da cui fu licenziato in tronco dopo tre anni di impiego. Si disse che la ragione dell’allontanamento fu il rifiuto del nostro Giuseppe Gioacchino di cedere alle lusinghe della consorte del principe, novella moglie di Putifarre. 

Le sue poesie in romanesco, inquadrate nella forma severa del sonetto, sono dei capolavori di umanità dolente e rassegnata, in cui il sarcasmo venato di amaro fatalismo rende conto della meschinità, del provincialismo, della bigotteria di una Roma ormai insonnolita e ripiegata su se stessa. Ecco perché Belli, che era un letterato di rilievo grazie alle opere in italiano, non poteva dare sistematicamente alle stampe i Sonetti. Per rendergli omaggio è d’obbligo una visita al monumento-fontana all’inizio di viale Trastevere e alla sua casa natale in via dei Redentoristi.

Alla Pasqua, Belli ha dedicato più di un sonetto. Eccone alcuni: Come io non zò cristiano! (931), Er giro della pizzicarie(933), A oggni pasqua che vviè (1154), La Santa Pasqua (1526), che è quello che vi propongo qui di seguito.

Di questo sonetto mi piace l’antitesi tra il titolo compunto e il contenuto, che è un inno alla gioia di mangiare in un’epoca in cui per il popolo non era facile riempirsi la pancia. Nella prima quartina si parla della decorazione della tavola con tutte le erbe aromatiche disponibili: dal tanaceto (un’erba amara che noi usiamo ormai poco), alla menta, la salvia, il prezzemolo, il rosmarino. Nella seconda, Belli esprime la lieta preparazione del vino che innaffierà il pasto finalmente copioso. Nelle terzine, c’è la raccomandazione di non badare a spese per preparare il pranzo pasquale, e il menu: brodetto di pane e uova, uova sode e salame, zuppa inglese, carciofi e testicoli. Ancora oggi noi mangiamo le uova sode con il salame e, nelle regione dell’Italia centrale, si prepara un piatto a base di carciofi e interiora di agnello. Buona Pasqua!

La Santa Pasqua

Ecchesce a Pasqua. Ggià lo vedi, Nino:

la tavola è infiorata sana sana

d’erba-santa-maria, menta romana,

sarvia, perza, viole e ttrosmarino.

Ggià ssò pronti dall’antra sittimana

diesci fiaschetti e un bon baril de vino.

Ggià ppe ggrazzia de Dio fuma er cammino

pe ccelebbrà sta festa a la cristiana.

Cristo è risusscitato: alegramente!

In sta ggiornata nin z’abbadi a spesa

E non ze penzi a gguai un accidente.

Brodetto, ova, salame, zuppa ingresa,

carciofoli, granelli e r’rimanente,

tutto a la grolia de la Santa Cchiesa*.


* Giuseppe Gioacchino Belli, Tutti i sonetti romaneschi, a cura di Marcello Teodonio, Roma, Newton Compton, 2005, vol. III, p. 401.

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