Il flagello delle inondazioni

Roma è una città sorta attorno al suo fiume. I colli, che offrono posizioni facilmente difendibili, circondano una valle raccolta, luogo di incontro ideale per chi vive sulle alture circostanti. Il fiume è in prossimità, per giunta in un punto in cui è facile guadarlo grazie alla presenza di un’isola che ne divide l’alveo. Non a caso i primi colli abitati già in età preistorica furono il Campidoglio e il Palatino, prossimi al Tevere, proprio nel punto in cui si trova l’Isola Tiberina. 

Il Tevere svolgeva molte funzioni. Le sue acque erano così pure che era possibile berle; serviva ad approvvigionare le case per la pulizia e la cucina; assicurava il commercio sia a monte dalle alture umbre, sia a valle dal mare. Non è casuale che la parte più antica e ricca in edifici della città antica si trovasse proprio nell’ansa del Tevere.

Eppure, oltre che benefico, il Tevere poteva anche essere fonte di rovina e di morte. Le sue terribili inondazioni avevano ripercussioni drammatiche sulla città. Già in età romana, si registravano alcune gravissime inondazioni in ogni secolo. Giulio Cesare aveva pensato di far deviare il corso del fiume dietro l’Ager Vaticanus e Trastevere, in modo da risparmiare il Campo Marzio. Nulla fu fatto e quindi il problema sussistette finché, quando Roma divenne capitale del Regno d’Italia nel 1870, non fu decisa la costruzione dei Muraglioni.

I Muraglioni hanno definitamente salvato la città dai capricci del suo fiume ma, come sempre accade, hanno comportato delle rinunce. Prima della loro costruzione, le case finivano a strapiombo sul fiume; i palazzi rinascimentali che affacciavano sul Tevere avevano sul retro un giardino che declinava fino alla riva dove si potevano attraccare piccole imbarcazioni. Per costruire i Muraglioni fu necessario sacrificare la parte posteriore degli edifici che si specchiava nel Tevere e sopraelevare il livello della strada rispetto al piano precedente. Passeggiando per via Giulia, si vede benissimo come la strada rinascimentale si trovi ad un livello notevolmente inferiore rispetto ai Lungotevere di Sangallo e dei Tebaldi.

Ma la perdita più grave, quella che dopo secoli fa ancora sospirare i nostalgici, fu quella del meraviglioso Porto di Ripetta, costruito nel 1705, che degradava in un’ampia scalinata fino all’argine. Per avere un’idea di come si presentava il Porto, possiamo provare ad immaginare la Scalinata di Trinità dei Monti, ma con una pendenza molto più dolce.

Una curiosità: il settimo scalino del Porto di Ripetta era considerato come il grado zero del fiume: se le sue acque scendevano al di sotto la portata era bassa; se saliva al di sopra, si poteva andare dall’acqua alta alla vera e propria inondazione. 

Altra perdita importante fu quella del Teatro Apollo, teatro lirico importante in cui fu rappresentata la prima del Trovatore di Giuseppe Verdi. Una bella fontana, formata da un sarcofago e una lapide sormontata da maschere teatrali, ricorda che il teatro sorgeva dove si trovava la torre del carcere di Tor di Nona. Pochi la conoscono, ma vale la pena di scoprirla: si trova sul marciapiede di sinistra del Lungotevere di Tor di Nona, poco dopo Ponte Sant’Angelo.

L’itinerario di questa passeggiata può consistere anche solo nell’osservare le numerose targhe che ricordano il livello raggiunto dalle varie piene. Ce ne sono molte e coprono un arco di tempo ampio, che va dal Medioevo fino al 1870 quando si verificò l’inondazione del 28 dicembre a pochi mesi dalla presa di Porta Pia.

Le prime due targhe che vi propongo sono poste sul fornice sinistro della Porta del Popolo e ricordano rispettivamente le alluvioni del 1530 e del 1598.

La piena del 1598 è ancora ricordata a via di Tor di Nona, dove si trovava un terribile carcere: l’acqua invase i sotterranei e i piani bassi della prigione, provocando la morte di un numero imprecisato di detenuti. 

In basso a destra della facciata di Sant’Eustachio una lapide ricorda l’inondazione del 1495. 

Infine, sulla parete laterale della chiesa di Santa Maria sopra Minerva, troverete una serie numerosa di lapidi, che testimoniano dei livelli altissimi raggiunti dalle acque in una delle zone più basse di Roma. Vi si nominano i pontefici seguenti: Clemente VII per la piena del 1530, un’ulteriore calamità che segnò il pontificato del secondo papa Medici, dopo il Sacco dei Lanzichenecchi del 1527. Clemente VIII è citato per quella del 1598. La lapide più antica risale al 1422, sotto il pontificato di Paolo IV: ricorda una piena che raggiunse il livello di 18,9 metri. L’ultima ricordata è anche l’ultima in senso stretto, perché si verificò poco prima della costruzione dei Muraglioni, cioè quella del 1870, che raggiunse un’altezza di 17,22 metri.

Un’immagine riassuntiva ce la fornisce la colonna di travertino, collocata in un piccolo triangolo tra il Lungotevere e via Ripetta, che si trova di fronte all’imbocco di Ponte Cavour, dalla parte di Campo Marzio.

Ma molte altre sono le targhe e può essere divertente andarne a scovare qualcuna delle meno note. Appena potrò uscire, andrò a fotografare quella molto piccola e poco appariscente, che si trova in via Canova.

4 pensieri riguardo “Il flagello delle inondazioni

  1. Grazie Emma di questo bellissimo blog segnalatomi dalla amica comune Sofia. Non potendo più partecipare ogni giovedì al gruppo di arte al quale sono iscritta mi ritrovo a essere condotta per mano da te nelle infinite meraviglie della nostra amata Roma. Grazie davvero!!!

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    1. Grazie a te, cara Rosa, e alla nostra comune amica Sofia. Il blog mi consente di tenere la mente attiva, rinchiusa a casa come sono. Sapere di essere letta è una grande gratificazione. Speriamo di poter passeggiare presto di nuovo nelle nostre belle strade!

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  2. Buongiorno,
    Non ci conosciamo, ma sento il bisogno esprimerle la mia grattitudine per le meravigliose passeggiate romane. Aspetto ogni giorno i suoi articoli perchè mi fanno scoprire tanti segreti di Roma che adoro e spero di poter vistitarla un’ altra ancora volta.
    Tantissimi ringraziamenti e complimenti!
    Buona Pasqua!
    Eugenia

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