Le famiglie vergognose

Ai tempi – belli o brutti – in cui non c’erano né internet né social media, quando la lentezza era un elemento di vita ineludibile e il tempo si misurava a spanne, i supporti della comunicazione erano molto più solidi e duratori.  Si trattava infatti di targhe, solitamente di marmo, murate sui fianchi delle chiese e destinate a rimanervi così a lungo da essere pervenute fino a noi.

In una società in cui non esisteva alcuna forma di sicurezza sociale, le elemosine erano un modo per arginare la miseria salvandosi l’anima. Ecco perché erano numerose le targhe che invitavano i passanti a donare. Secondo un principio che potremmo chiamare di marketing ante litteram, non si chiedeva in modo anonimo e indeterminato ma proponendo di volta in volta una categoria specifica di bisognosi. A Roma si potevano così aiutare i cristiani tornati dopo essere stati prigionieri dei turchi, gli orfani, i pellegrini che si ammalavano in città, si poteva addirittura scegliere di fare elemosine per favorire la conversione degli ebrei, una esortazione che, con le prediche coatte a piazza Costaguti, la dicevano lunga sulla tolleranza religiosa. Insomma, purché si donasse, ciascuno era libero di scegliere secondo il proprio gusto e la propria sensibilità, la categoria da beneficiare.

Di tante targhe ancora esistenti, vorrei proporvi quella che più mi colpisce per la sua drammatica contemporaneità. È quella che ancora oggi possiamo leggere sul fianco della chiesa di San Gregorio della Divina Pietà, all’angolo tra Lungotevere dei Cenci e piazza di Monte Savello.

Anche se fu completamente rifatta nel Settecento, la chiesa risale al XII secolo e, secondo la tradizione, sarebbe sorta sulle case che appartenevano agli Anicii, la famiglia di Gregorio Magno. Sempre secondo la tradizione vi sarebbe nato il grande papa, testimone del messaggio divino dell’arcangelo Michele che rinfodera la spada sulla sommità di Castel Sant’Angelo, per annunciare la fine della epidemia di peste del 590. In fondo anche le pesti che terrorizzarono l’Europa per secoli erano pandemie.

La targa, dai caratteri un po’ sbiaditi ma ancora perfettamente leggibili, ha un’elegante forma a volute e recita così:

Elemosina

per povere onorate famiglie

e

vergognose

Ognuna delle parole che compongono la scritta meriterebbe un’analisi non solo linguistica, ma anche sociologica. La parola elemosina contiene, etimologicamente parlando, il concetto di pietà, secondo il precetto cristiano della carità. La pietà è un sentimento di partecipazione, di comprensione, di coinvolgimento nei confronti di chi soffre e non a caso la chiesa di cui sto parlando aggiunge al nome del santo la specificazione della “divina pietà”. La carità è un’elargizione che si fa senza esservi obbligati ma non del tutto gratuitamente, visto che le elemosine sono uno dei mezzi del cristiano per salvarsi l’anima.

È lapalissiano dire che l’elemosina si fa ai poveri, ma nel nostro caso ci sono altri elementi che specificano meglio la destinazione delle offerte. In primo luogo, ci si rivolge non ad individui ma a famiglie. Si tratta di famiglie un tempo agiate che, per tante e diverse cause, sono cadute in miseria. Sono famiglie onorate, che non possono quindi ricorrere a mezzi disonesti per assicurarsi il pane. E infine sono vergognose, perché non riuscirebbero a tendere la mano sulla pubblica via. C’è un grande pudore nell’uso di questa parola che dovrebbe portarci a riflettere in questi mesi in cui viviamo l’incubo dell’epidemia.

Nella nostra società opulenta ci siamo convinti che i poveri sono coloro che vediamo per strada, spesso immigrati, accovacciati all’uscita del supermercato o del caffè dove andiamo a prendere il cappuccino. La forzata reclusione che il COVID19 ci impone ha scoperchiato un grande sepolcro imbiancato che prima non vedevamo, anche se ne sospettavamo l’esistenza. È quello del lavoro nero, che permetteva a tante famiglie di vivere o anche solo di sopravvivere, guadagnando giorno per giorno il minimo necessario alle esigenze primarie. Pensiamo alle sarte, ai garzoni, ai braccianti, ai manovali. Tutte queste persone sono ora completamente e drammaticamente prive di mezzi. Persino le prostitute si rivolgono alla Caritas per mangiare. Per quanto tempo ancora durerà questa situazione? E pensiamo che sia possibile, passata l’emergenza, ripristinare uno stato di cose basato sull’indifferenza e l’iniquità?

2 pensieri riguardo “Le famiglie vergognose

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