Tridenti romani

Una caratteristica interessante dell’urbanistica romana è la sistemazione di un complesso di tre strade che partono da un punto comune per poi diramarsi in tre direzioni angolari diverse. L’analogia con un attrezzo a tre rebbi o più nobilmente con l’attributo di Nettuno ha dato origine a una bella metafora ed ecco che questa soluzione prende il nome di tridente.

Il più celebre e scenografico dei tridenti romani è quello che, partendo da piazza del Popolo, è formato da via del Babuino, via del Corso e via Ripetta. Varie sono le ragioni della sua eccezionalità. La strada centrale del tridente è in asse con l’obelisco sistino e con la Porta del Popolo nel suo rifacimento da parte di Michelangelo. Chi arrivava a Roma venendo da Nord, cioè dalla via Cassia o dalla Flaminia, godeva di una prospettiva straordinaria: entrava in una vasta piazza non ancora ben delimitata come la vediamo oggi e si trovava di fronte alla fuga dell’antica via Lata lunga due chilometri fino a piazza Venezia dove terminava, certo non nell’Altare della Patria costruito a partire dal 1885, ma con il Palazzetto Venezia poi spostato. A sottolineare felicemente l’assetto, Alessandro VII fece costruire intorno al 1661 le due chiese gemelle di Santa Maria in Montesanto (tra via del Babuino e via del Corso) e Santa Maria dei Miracoli (tra il Corso e via Ripetta). In realtà le due chiese non sono affatto gemelle (o al massimo eterozigote), perché divergono per un numero notevole di dettagli. Se ricordate il vecchio esercizio di enigmistica “trovate le differenze tra i due disegni”, ecco che un bel lavoro di osservazione potrebbe consistere nello scovare le differenze tra le due chiese, cominciando dai campanili.

Le due strade ai lati del Corso hanno avuto anche storicamente caratteristiche molto diverse.
Via del Babuino, con la sua appendice di via Margutta, era la strada degli artisti e degli stranieri, in particolare inglesi, greci, borgognoni.

Via Ripetta, più tumultuosa e popolare, conduceva al porto omonimo, chiamato Ripetta perché molto più piccolo di quello che sorgeva a Testaccio, detto appunto di Ripa Grande. 

Gli approvvigionamenti per la città, sia materiali di costruzione sia derrate alimentari, arrivavano su grandi velieri al porto di Ostia. Da lì le mercanzie venivano trasferite su imbarcazioni di taglia minore e raggiungevano il porto di Ripa Grande trainate da bufali, un po’ come le péniches francesi. Fin dalla età romana trasportavano in particolare marmo, e da qui il nome di via Marmorata alla strada che dal Tevere porta alla Piramide. A Ripetta attraccavano barche piuttosto piccole, in particolare quelle che trasportavano il legname.

Il Tridente e la sua quinta di piazza del Popolo possono far riflettere sulla differenza che intercorre tra un’opera d’arte – ad esempio un quadro – e una struttura architettonica. Da un’opera d’arte, per quanto sia stata decontestualizzata, rovinata da restauri impropri, persino mutilata, possiamo sempre ricavare o per lo meno intuire l’idea originale e unitaria dell’artista. La struttura architettonica è invece stratificata e va immaginata attraverso rappresentazioni successive che molto spesso cancellano le precedenti. 

Difficile immaginare il Tridente, senza le chiese gemelle o piazza del Popolo senza le esedre costruite da Valadier a partire dal 1818.

Un secondo tridente, un po’ sacrificato dopo la costruzione dei Muraglioni del Tevere, si apre davanti a Ponte Sant’Angelo. È formato da via di Panico, via del Banco di Santo Spirito e via Paola, tre strade che vale sicuramente la pena di percorrere.

Sulla piazza al culmine del tridente si svolgevano le esecuzioni capitali. Dal punto di vista letterario, il supplizio di Beatrice Cenci, che ebbe luogo nel 1599, è sicuramente il più celebre perché fu Stendhal a descriverlo nelle Cronache italiane, una serie di racconti che riguardano il nostro paese. Quello dedicato ai Cenci comparve sulla Revue des deux mondes nel 1837. Beatrice aveva ventidue anni – Stendhal gliene attribuisce sedici – quando fu condannata alla decapitazione, assieme alla matrigna e ai fratelli, per aver fatto uccidere il padre. Stendhal ne parla con amore, attribuendole i tratti di un suo presunto ritratto di Guido Reni. Narra con emozione le vicende del processo e ne descrive la morte sul patibolo a piazza di Ponte, in mezzo a un eccezionale concorso di folla. Sembra che vi assistessero anche Caravaggio, Orazio e Artemisia Gentileschi. Era l’11 settembre e il tempo era così caldo che si registrarono numerose morti per insolazione, con buona pace di chi pensa che il cambiamento climatico sia un fatto del nostro presente. Dice Stendhal: “Il sole era così ardente che molti tra gli spettatori di questa tragedia morirono nella notte successiva e, tra di essi, Ubaldino Ubaldini, un giovane di rara bellezza che aveva goduto fino a quel giorno di una salute perfetta”*.

Dopo aver dedicato un pensiero commosso alla giovane Beatrice, perché non perdersi (per ora solo con l’immaginazione) nella vasta trama di strade che costituisce il centro di Roma per individuare – sia pure solo in nuce oppure tronchi – altri bellissimi tridenti?


* Stendhal, “Les Cenci” in Romans, Paris, Seuil, 1969, vol. II, p. 324.

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