Restitutio ordinis al Corso

Gli stranieri del Grand Tour che percorrevano in carrozza il Corso, giunti all’angolo dell’attuale via Canova, potevano imbattersi nell’orribile spettacolo di un disgraziato che subiva il supplizio della corda. Poteva così scoprire che anche nella città dei papi la giustizia era resa in pubblico come ammonimento per il popolo. 

La corda era la punizione inflitta a chi aveva perpetrato un crimine, per dimostrare che il controllo sociale era vigile e non consentiva che ci fossero trasgressioni prive di conseguenze. Insomma, la punizione non si proponeva alcuna azione educativa o di riscatto del colpevole.  Al contrario, era una sorta di restitutio ordinis rivolta verso gli altri con funzione di ammonimento e di esempio: ecco perché una punizione particolarmente severa è definita “punizione esemplare”. Questa è la ragione per la quale le punizioni venivano inflitte in pubblico. Ancora oggi negli Stati Uniti la collettività è simbolicamente rappresentata nelle esecuzioni capitali da un gruppetto di “privilegiati”. Infine, come nelle società odierne, la figura di chi comminava la pena (il giudice) era separata da quella di chi la infliggeva (il boia).

La pena della corda consisteva nel legare le mani del condannato dietro la schiena con una corda che veniva poi fatta passare in una carrucola attaccata al soffitto o ad un muro. Tirando la corda si sollevava il malcapitato da terra, ad un’altezza più o meno elevata, per poi farlo cadere brutalmente a terra. Il numero dei tratti di corda – come venivano chiamati – corrispondeva al numero di volte che questo brutale trattamento doveva essere ripetuto. Come si esprime Belli, alla fine della punizione, ammesso che salvasse la vita, il condannato era ridotto in uno stato tale da non poter più esercitare alcun mestiere: né quello di sacrestano, né di ladro, né di lenone. 

Il palazzo cui era fissata la carrucola ancora esiste ed è questa la passeggiata che vi propongo. Si tratta di Palazzo Pulieri, poi Ginetti, costruito nel Seicento ma poi rimaneggiato. La carrucola era fissata al davanzale di una finestra del secondo piano, particolare che consente di valutare la gravità delle lesioni provocate da una simile caduta. Immaginate quanto dovesse essere piacevole vivere a Palazzo Ginetti, esposti alle grida dei tormentati, agli urli dei carnefici, agli sghignazzi del pubblico. Quando finalmente nel 1816 la tortura della corda fu abolita, i proprietari del palazzo fecero murare la famigerata finestra per esporvi un crocefisso che ancora possiamo vedere.

Chissà se i sonni degli ospiti di un lussuoso albergo ricavato proprio nel palazzo Pulieri Ginetti sono turbati da queste antiche reminiscenze.

Quello di via del Corso non era l’unico luogo di supplizio. Un altro si trovava tra Campo dei Fiori e piazza Farnese, in una strada che porta a tutt’oggi il nome di via della Corda.

Fonte letteraria

Nelle innumerevoli scene di genere che Giuseppe Gioacchino Belli dedicò alla vita a Roma, non poteva mancare la descrizione del terribile supplizio, al quale il popolo accorreva in massa. La fiducia di Belli nella giustizia del papa era tale, che nel suo sonetto è un “galantuomo” a subire il supplizio*.

Lo spiazzetto de la corda ar Corso

Prima la corda ar Corso era un supprizzio

Che un galantuomo che l’avessi presa

Manco era bbono ppiù a sservì la cchiesa,

Manco a ffa er ladro e a gguadagnà ssur vizzio.


* G. G. Belli, Sonetti, Milano, Mondadori, p.486.

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