Roma, una città duale

Quando ho cominciato questo blog i luoghi pubblici – bar, ristoranti, musei, teatri – erano già stati chiusi, ma non erano ancora stati posti limiti alla nostra libertà di movimento. Il mio programma era dunque di passeggiare e fotografare i luoghi che avrei via via presentato. Questo non è più possibile ora, perché non mi è consentito allontanarmi a più di poche centinaia di metri dal luogo in cui abito.

C’è però una fotografia di cui vorrei parlare: è quella che apre il blog.

L’ha scattata Benedetto Vertecchi a Ponte Vittorio Emanuele II. Il taglio sapiente consente di non essere disturbati dalla retorica dei grandi gruppi allegorici, che rappresentano rispettivamente L’Unità d’ItaliaLa libertàL’oppressione vinta e La fedeltà allo Statuto. A proposito, ecco un’altra passeggiata da fare: chissà quante volte abbiamo attraversato frettolosi il ponte, senza degnarli di uno sguardo. Se poi si pensa che Ponte Vittorio si pone in asse con San Pietro, sembra proprio che i soggetti siano stati scelti come contrapposizione all’ormai sconfitto potere papale.

Io ho scelto l’immagine perché esprime bene la mia rappresentazione mentale di Roma, come città duale.

La testa di una delle figure allegoriche di Ponte Vittorio Emanuele II si affronta ad un gabbiano. 

Da un lato l’immagine è simmetrica, visto che entrambi i soggetti volgono lo sguardo all’esterno. Dall’altro rappresenta una contrapposizione tra artificialia e naturalia, tra pietra scolpita e piume vive. La figura di travertino è nobile e possente; si rifà all’antichità per il profilo greco, la sofisticata acconciatura intrecciata, il mantello drappeggiato sulle spalle. Il gabbiano ha l’aria proterva di chi si sente sicuro in una città in cui l’emergenza rifiuti, motivo di disagio per i cittadini, gli assicura abbondante cibo quotidiano. Ancora un contrasto dunque tra la bellezza di Roma e il suo degrado.

Nel passato Roma ha conosciuto due stagioni storiche straordinarie. È l’unica capitale europea che, dopo aver vissuto una stagione splendida nell’antichità, è tornata a rifiorire, artisticamente parlando, sotto il governo papale che, per molti secoli, l’ha riempita di palazzi, chiese e monumenti straordinari. 

La tensione tra monumenti dell’Antichità e nuove imprese rinascimentali e barocche è molto forte. Pensate a quanti monumenti antichi furono smantellati per soddisfare le ambizioni edilizie dei papi. Vale per tutti questi scempi il detto tagliente di Pasquino quando i bronzi del Pantheon furono fusi e riutilizzati nel baldacchino di San Pietro: “Quod non fecerunt barbari fecerunt Barberini”.

È una città divisa in due dal suo fiume. In età romana la riva sinistra era la più abitata e ricca di monumenti, al contrario dell’altra sponda a lungo occupata da un popolo diverso da quello dei quiriti.

Anche dal punto di vista topologico, esiste una città alta che si snoda dal Monte Pincio a Trinità dei Monti, dal Quirinale all’Esquilino. La città bassa è invece quella che occupa Campo Marzio. A lungo il collegamento tra città alta e città bassa ha costituito un problema urbanistico importante.

Roma è duale anche per ciò che riguarda la popolazione. Sotto il Papato, alla popolazione locale si contrapponeva un numero elevato di stranieri. Poteva trattarsi delle cosiddette nazioni, punti di accoglienza e di ricovero dei vari gruppi nazionali, con i loro ospizi e le loro chiese. C’era chi confluiva a Roma stabilmente per il commercio e le relazioni con la Curia pontificia; c’era il gran numero dei pellegrini, che toccava picchi altissimi negli anni giubilari.

Politicamente la dualità si è manifestata tra il Campidoglio, ossia il potere laico, e il Laterano prima e il Vaticano poi, che ha retto la città fino al 1870.

In questi giorni così intensi della nostra reclusione forzata e necessaria, la benedizione urbi et orbi del papa ha commosso il mondo intero con la sua forza simbolica. Purtroppo anche questo evento ha avuto il suo prezzo. Abbiamo letto con sgomento che il prezioso Crocefisso della chiesa di San Marcello al Corso, esposto per più ore alla pioggia violenta di venerdì 29 marzo, ha subito danni. Di nuovo siamo di fronte ad un fenomeno duale. Il Crocefisso ha maggior valore come espressione della devozione cattolica, che affonda nella tradizione per dare conforto e suscitare speranza, o è più importante come oggetto culturale e testimonianza artistica da preservare ad ogni costo per le generazioni future?

Difficile, contraddittoria, intricata, inquietante, Roma è comunque di una bellezza ineguagliabile. 

La fotografia che ha dato il via a questa riflessione lo sintetizza anche nei colori. Contro il cielo azzurro, così frequente a Roma, il grigio della statua si armonizza con quello delle piume; al naso greco si contrappone il becco; il nero della coda è picchiettato di grigio come i segni del tempo sul travertino; due tocchi di giallo animano l’immagine. Per me sono il simbolo dell’arguzia scanzonata dei romani.

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