La preghiera di Francesco

Venerdì 27 marzo 2020, al culmine della pandemia di COVID 19, papa Francesco ha impartito una benedizione urbi et orbi dal sagrato della Basilica di San Pietro. 

La figura del papa vestito di bianco si stagliava contro il grigio plumbeo della Basilica. Le sue parole di conforto, profonde e accorate, erano scandite dalla pioggia che batteva insistente. La piazza vuota era impressionante nella sua grandezza. Il colonnato berniniano protendeva le sue braccia nell’assenza. È stato il papa a ricordare che proprio quel colonnato abbraccia simbolicamente non solo Roma, ma tutto il mondo. 

Dopo l’omelia, il papa si è raccolto in preghiera davanti a due immagini sacre. La prima era il Crocefisso custodito nella chiesa di San Marcello al Corso, ritenuto miracoloso perché ritrovato indenne dopo il crollo della chiesa; la seconda era la Salus Populi Romani, immagine della Vergine conservata a Santa Maria Maggiore.

Vale dunque la pena di visitare queste due chiese, approfondendo la conoscenza delle immagini che vi sono accolte.

Marcello fu papa della Chiesa Romana dal 308 al 309. Erano ancora anni difficili per i cristiani, gli ultimi prima dell’Editto di Costantino. Marcello ebbe il coraggio di lamentarsi con l’imperatore Diocleziano per il trattamento che riservava ai suoi correligionari e lo sfidò celebrando la messa nella casa di una matrona di nome Lucina. Iacopo da Varagine racconta nella Legenda Aurea che l’imperatore trasformò la casa in stalla per i cavalli di posta (catabulum) costringendo Marcello a lavorarvi come stalliere. Il papa morì poco dopo di stenti.

La chiesa di San Marcello al Corso che vediamo ora è probabilmente, in ordine di tempo, la terza costruita sul sito del catabulum. A sottolineare questa contiguità, reliquie di san Marcello sono conservate in un’urna posta accanto all’altar maggiore. 

Il Crocefisso che è stato esposto a piazza San Pietro è una scultura lignea del Quattrocento. Quando la chiesa medievale, precedente a quella che ancora oggi possiamo visitare, fu distrutta da un terribile incendio nel 1519, si salvarono solo alcuni muri e il Crocefisso, che fu ritrovato intatto. Fu per questo dichiarato miracoloso e, durante la peste del 1522, portato in processione fino alla fine dell’epidemia, che sopraggiunse insperata pochi giorni dopo. La fede popolare nel Crocefisso diventò così profonda che nel 1526 fu creata la Confraternita del SS. Crocefisso di San Marcello, di cui ancora esiste il bellissimo Oratorio.

La Vergine con il Bambino esposta in Santa Maria Maggiore è un’icona che la tradizione attribuisce a san Luca, l’evangelista pittore. È comunemente chiamata Salus Populi Romani per i miracoli che le vengono attribuiti. Il più noto riguarda di nuovo una pestilenza, che colpì Roma nel 590, quando papa Gregorio Magno la portò in processione. Secondo la tradizione, mentre il corteo si snodava davanti a Castel Sant’Angelo, apparve l’arcangelo Michele che si posò sul culmine del castello rinfoderando la spada e indicando così che il contagio era finito. Una forma di sincretismo riconosce in Michele le doti del dio greco Apollo, che scatenava le epidemie scagliando i suoi dardi ma, al tempo stesso, guariva dalle malattie.

Le due immagini sacre sono dunque entrambe collegate alla sofferenza che deriva dalle epidemie e alla richiesta di un aiuto miracoloso per combatterle. Nella dottrina cattolica, il Crocefisso ricorda il sacrificio del Figlio di Dio per salvare gli uomini, mentre la Vergine è considerata la naturale intermediaria tra Dio e gli uomini. L’importanza dell’immagine di Santa Maria Maggiore è ribadita dal fatto che questa Basilica fu finita negli anni in cui il Concilio di Efeso (431) definì il dogma della maternità divina di Maria. La Basilica diventò così il fulcro da cui si propagò il culto sempre più intenso e esteso della Madonna.

Penso che tutti coloro che hanno assistito alla cerimonia celebrata da Francesco – credenti o non credenti – abbiano percepito la solennità straordinaria di un momento che ha accomunato tutti i popoli. Penso che tutti abbiamo riflettuto quando il papa ha detto: “Come potevamo pensare di restare sani in un mondo malato?” Penso che tutti ci siamo commossi quando è stata solennemente impartita la benedizione non solo alla città, ma al mondo intero. In quella sera in cui il tocco grave delle campane di San Pietro era intersecato dal suono urgente delle sirene, in quella sera di angoscia e di speranza Roma è stata davvero caput mundi.

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