Ci passava anche Servio Tullio

Roma è una città fittamente costruita, con un reticolo viario complesso, ma fino al Cinquecento aveva un aspetto totalmente diverso. All’interno del vasto perimetro delle Mura Aureliane, gli spazi abitati erano scarsi e prevalentemente concentrati a Campo Marzio, nell’ansa del Tevere.

Il Quirinale aveva un aspetto agreste, con ampie distese di campagna sulla quale affioravano i resti maestosi delle Terme di Costantino e dell’immenso Tempio di Serapide, tanto ingenti da estendersi fino ai piedi del colle. Forse attratti da questa commistione romantica – per usare un anacronismo – di paesaggio rustico e testimonianze di un passato glorioso, alcuni studiosi vi presero dimora. In particolare, vi si stabilì Pomponio Leto, grande umanista appassionato di studi classici e di vastissima cultura. Presso la sua casa al Quirinale, Pomponio Leto fondò nella seconda metà del Quattrocento l’Accademia Romana, primo istituto di studi archeologici. Con i suoi confratelli cominciò a datare le sue opere ab urbe condita e a celebrare, ogni 21 aprile, il Natale di Roma.

Nel 1587, Sisto V acquistò un’abitazione sul Quirinale. Il colle veniva considerato uno dei luoghi più salubri di Roma perché in posizione particolarmente elevata. Per tre anni l’attivissimo pontefice fece eseguire a Domenico Fontana i lavori per la costruzione della residenza papale. L’ironia della sorte volle che Sisto V morisse proprio al Quirinale, stroncato dalle febbri.

Non per questo il progetto del Quirinale fu abbandonato. La piazza che sarà poi detta del Quirinale era allora uno slargo non ben definito, ma reso solenne dalla presenza delle due enormi statue dei Dioscuri con i loro cavalli, probabilmente provenienti dal tempio di Serapide. Tanto imponente e suggestiva doveva essere la loro presenza, che tutta l’area fu a lungo denominata Monte Cavallo.

Pio IV decise di costruire una strada che collegasse il palazzo sul Quirinale alla via Salaria, l’antica strada romana così chiamata perché consentiva l’approvvigionamento del sale. Il rettifilo che ne derivò, chiamato via Pia dal nome del pontefice, attraversava una zona di conventi e ville delimitate da muri. Per incoraggiare i romani a costruirvi case di residenza, furono emanati decreti che prevedevano forti agevolazioni fiscali per i proprietari.

Sempre Pio IV volle che la via Pia uscisse dalla città attraverso una porta, che ancora adesso si chiama Porta Pia e incaricò Michelangelo di costruirla.

Fin dall’Antichità, le porte inserite nelle mura cittadine avevano lo scopo di mostrare a chi veniva da fuori la potenza e la forza della città in cui sarebbero entrati. Ecco perché la parte esterna era generalmente molto più decorata di quella interna. Michelangelo rovescia arditamente questa tradizione e la sua porta è molto più ricca di elementi decorativi sulla facciata che guarda la città che su quella che dà all’esterno. Si stabilisce così un dialogo a distanza tra i colossi di Monte Cavallo e Porta Pia. Per cogliere il senso del progetto, dobbiamo porci sulla piazza del Quirinale voltando le spalle ai Dioscuri e osservare il rettifilo che si svolge davanti a noi. Per ricostruirlo, dobbiamo ignorare le fitte costruzioni che si susseguono su entrambi i lati della strada. Infine, per accentuare la nostra emozione, pensiamo che il tracciato della via Pia ripercorre quello dell’Alta Sémita, o “sentiero alto”, una strada romana già esistente in età regia. Percorrendo l’attuale via XX Settembre, ci troviamo dunque su percorso viario che già esisteva oltre 2500 anni fa. 

Fonti letterarie

Il 30 aprile 1828, Stendhal scriveva nel suo diario: “La piazza di Monte Cavallo è una delle più belle di Roma e del mondo”. 

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