Al fuoco, al fuoco!

Se, di fronte alla chiesa di San Crisogono si attraversa viale Trastevere per inoltrarsi nei vicoli del rione, ci si imbatterà in una strada dal nome anomalo: via della Settima Coorte. Per spiegarne l’origine, occorre fare un viaggio a ritroso nel tempo di quasi 2000 anni.

È noto a tutti l’aneddoto di Nerone che canta accompagnandosi sulla lira, ispirandosi al grande incendio che lui stesso avrebbe provocato. Al di là di questa immagine hollywoodiana e probabilmente falsa dal punto di vista storico, è sicuro che gli incendi costituivano una reale minaccia nella Roma antica. Le strade strette e tortuose, l’uso incauto del fuoco e a volte le azioni dolose di proprietari senza scrupoli erano alcune delle cause del fenomeno.

Fino alla fine del periodo repubblicano, lo spegnimento degli incendi fu affidato ad un corpo di schiavi, spesso affiancati da cittadini volenterosi. Queste misure casarecce non erano però sufficienti a contenere un pericolo tanto diffuso e devastante.

Nel 7 a.C., Augusto realizzò una riorganizzazione complessiva del tessuto urbano, suddividendolo in 14 regiones. Uno degli scopi del provvedimento fu proprio quello di combattere più efficacemente gli incendi. Furono quindi costituite 7 coorti di vigili, ad ognuna delle quali erano affidate due regioni contigue. La loro funzione, oltre a quella principale di spegnimento degli incendi, comprendeva anche il controllo della quiete pubblica, in particolare di notte. Con un sistema molto efficace, in una regio veniva collocata la caserma (statio) e in quella limitrofa una pattuglia distaccata come posto di guardia (excubitorium). La settima coorte era destinata alla regio Circus Flaminius e aveva il suo escubitorio nella regio Transtiberim. E proprio al numero nove di via della Settima Coorte, in pieno Trastevere, uno stemma di Pio IX ricorda lo scavo che mise alla luce resti dell’escubitorio, molto interessanti per capire il lavoro dei vigili. 

Come gli studenti a scuola e i soldati in caserma, come passatempo delle ore d’ozio, i nostri vigili coprivano i muri di graffiti nei quali esprimevano i loro sentimenti e le loro ansie, le sorti della coorte e le sue protezioni imperiali. L’incuria che colpì quei resti archeologici così importanti ha causato nel tempo la cancellazione dei graffiti, che però sono ancora disponibili grazie ad accurate trascrizioni. 

Chissà se le scritte dei writers che oggi spesso ci disturbano non meritino anch’esse una trascrizione da demandare alle generazioni future come testimonianza del disagio delle nostre periferie.

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