Che allegria, le case dipinte

Oggi i romani vanno a piazza Sant’Eustachio per gustare quello che chiamiamo, con buona pace dei napoletani, il miglior caffè del mondo. La piazza prende il nome dalla chiesa che, a sua volta, dà il nome a tutto il rione VIII, detto appunto Sant’Eustachio. Non è una piazza monumentale come tante a Roma, ma ha una bizzarra forma asimmetrica con molti scorci interessanti a partire dalla chiesa.

Secondo la leggenda – molto simile a quella di sant’Uberto – un cervo, inseguito da un milite romano in un bosco della Sabina, si fermò improvvisamente mostrando una croce luminosissima tra le corna e dicendo al suo inseguitore di convertirsi al cristianesimo. Il soldato raccolse l’invito e si fece battezzare con il nome “Eustachio”. Per la sua fede, intorno al 120, subì il martirio sotto l’imperatore Adriano, con tutta la sua famiglia. La sua casa diventò subito luogo di devozione e, in epoca costantiniana, vi sorse una cappelletta che è sicuramente una delle più antiche chiese di Roma. Ristrutturata più volte, la chiesa attuale non serba delle sue prime origini che il riferimento all’incontro di Eustachio con il cervo, come si può constatare osservando il culmine del timpano.

Ma la vera sorpresa di questa piazza è la meravigliosa casa dipinta che si trova all’angolo con via della Palombella. Si tratta di un palazzetto, appartenuto ad un certo Tizio (era proprio il suo nome di battesimo) nativo di Spoleto che lo fece dipingere con scene della vita di sant’Eustachio e stemmi papali. Sono ancora riconoscibili in alto un’immagine di sant’Eustachio e sotto lo stemma di Pio IV, ossia le palle medicee, e quello dei Farnese. Gli stucchi intorno alle finestre rivelano una mano raffinata. Un ulteriore elemento di interesse è che, in questo palazzetto, possiamo ancora apprezzare i due modi di dipingere le facciate. Nella parte superiore, l’artista ha lavorato come se appendesse un quadro tra le due finestre, mentre sotto la pittura si integra all’architettura.

Nel Cinquecento, in una città che certo era sporca e ben poco illuminata, la presenza di un numero notevole di case affrescate a tinte vivaci doveva rappresentare una vera gioia per gli occhi. Molte altre case venivano dipinte a chiaroscuro con rappresentazioni di scene complesse, imitando figure e oggetti rinvenuti negli scavi, che gli artisti si impegnavano a ricopiare con amore finché non si impadronivano dello stile. Vasari nelle Vite parla di questi grandi artisti, che ora sono assai meno conosciuti, e descrive alcuni dei temi rappresentati: un fregio di mostri marini a Ripetta; verso piazza Capranica, le virtù teologiche e una Roma vestita e raffigurata come la fede, con in mano il calice e l’ostia; in Parione le lotte antiche e il sacrificio di Tarpea; a Tor di Nona il trionfo di Camillo*. Dobbiamo lavorare d’immaginazione per raffigurarci scene tanto complesse e decorazioni così raffinate. Purtroppo il degrado, la mancanza di restauri, le intemperie hanno sbiadito irrimediabilmente la maggior parte di queste opere pregevoli anche se caduche. 

Per questo la casa di Tizio da Spoleto, così ben conservata, merita da sola di essere mèta di una passeggiata.


* Giorgio Vasari, Le Vite dei più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani, da Cimabue insino a’ tempi nostri, per i tipi di Lorenzo Torrentino, Firenze, 1550, Torino, Einaudi, 1991, pp. 766-767.

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