I greci a Roma

Vorrei ringraziare i numerosi lettori che, dalla Grecia, leggono questo blog, dedicando la pagina di oggi alla presenza greca a Roma. Non mi riferisco all’influenza fondamentale che l’arte, l’architettura, la filosofia dell’antichità greca ha esercitato su Roma, ma alla presenza di gruppi di greci emigrati nella nostra città, che vari toponimi ancora ricordano: via della Greca, dal Lungotevere Aventino a via dell’Ara Massima di Ercole; ripa Graeca, cioè il tratto della riva del Tevere tra via Marmorata e Bocca della Verità; via dei Greci, dal Babuino al Corso.

L’insediamento greco a Roma è uno dei più antichi. In un primo tempo si raggruppò nell’area di Santa Maria in Cosmedin, accanto alla quale fu istituita la Schola Graeca di retorica, dove potrebbe aver insegnato sant’Agostino prima di trasferirsi a Milano.  Anche la riva del Tevere alle pendici dell’Aventino, fittamente abitata dai greci, prese da loro il nome di Ripa Graeca.

In tempi meno antichi, i greci si installarono a Campo Marzio.

Gregorio XIII fu un grande papa conosciuto in particolare per la riforma del calendario, che da lui prese il nome, e per le accurate rilevazioni cartografiche che dettero origine in Vaticano alla Galleria delle Carte Geografiche. È incredibile come uno stesso pontefice potesse legare il proprio nome a due delle coordinate fondamentali del nostro pensiero: lo spazio e il tempo. 

Non meraviglia quindi come questo grande pontefice incoraggiasse gli studi non solo finanziando il Collegio Romano dei Gesuiti, ma anche istituendo nel 1576 il Collegio Greco, ”pro Graecis ex Graecia et aliis provinciis”. Su via dei Greci, all’angolo con il Babuino, si può ammirare ancora oggi un cantonale che reca lo stemma di Gregorio XIII: il drago dei Boncompagni, la famiglia alla quale il papa apparteneva, spiega orgogliosamente le ali per ricordare attraverso i secoli la sua opera. Sempre su via dei Greci un arco collega il Collegio alla chiesa di Sant’Atanasio dei Greci, anch’essa fatta costruire dallo stesso papa e consacrata nel 1583. Atanasio fu un vescovo e teologo greco, vissuto nel IV secolo e venerato sia dalla Chiesa ortodossa che da quella cattolica. 

Tanto generosità da parte di un papa non poteva non destare qualche sospetto. In effetti la cura con cui furono trattati i preti greci a Roma nascondeva anche il desiderio di superare lo scisma voluto dalla Chiesa ortodossa. 

Per distrarci dai retroscena politici, conviene osservare con cura la fontana del Babuino, che dà il nome alla strada. In tempi più antichi, si chiamava via Paolina, da Paolo III che vi aveva effettuato dei lavori. La fontana è costituita da una vasca antica sulla quale è disteso un sileno, molto deteriorato dal tempo. Come spiegare il nome? Sileno era un essere mitologico rappresentato con un ventre molto gonfio, ma il nostro personaggio non è panciuto. E’ vero che lo stesso nome definisce un macaco indiano, ma il termine zoologico é attestato in italiano solo dai primi del XVIII secolo mentre credo che il nome della strada sia più antico.

Perché il sileno barbuto sia stato chiamato “babuino” non si sa; forse, ma si tratta un’ipotesi molto azzardata, perché a Roma si dice “brutto come una scimmia” e il povero sileno non può certo dirsi bello. Un’ultima curiosità la scoprirete, osservando sull’altro lato della strada il portone del numero civico 49/a, che è sovrastato da una coppia di delfini. Era quella la collocazione originaria della fontana, che ora risulta decontestualizzata, priva com’è del suo sfondo.

Vi dovesse capitare di passare per via del Babuino in un giorno di festa, sappiate infine che nella chiesa di Sant’Atanasio la messa si celebra in greco secondo il rito ortodosso, con l’accompagnamento di un coro di potenti voci maschili.

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