Un collezionista compulsivo

La passeggiata che sto per proporvi è doppiamente virtuale, perché si riferisce a un grande collezionista di cui a Roma non è rimasta alcuna traccia.

Si tratta del marchese Giampietro Campana che nacque nel 1809 in una famiglia molto in vista nella Curia romana. Dopo aver studiato con i Gesuiti al Collegio Romano, incominciò a lavorare al Monte di Pietà, diventandone direttore generale nel 1833. Quando il giovane Giampietro ne assunse la responsabilità, il Monte attraversava un periodo di gravi difficoltà economiche. Il nuovo direttore fu tanto abile non solo da risanarne il bilancio, ma anche da trasformarlo in un vero e proprio istituto di credito.

Al culmine del suo successo, Campana si sposò nel 1851 con Emily Rowles e comprò un palazzetto al numero 196 di via del Babuino, verso piazza del Popolo. 

Ricco, nobile, colto, apprezzato, il marchese Campana aveva tutto ma – non poteva non esserci un ma – aveva il gusto del collezionismo. Detto in questi termini, potrebbe sembrare una passione innocente. In realtà, come altri avevano il vizio del gioco, così il marchese aveva per il collezionismo una tale pulsione, che non esitò a servirsi delle risorse del Monte di Pietà per soddisfarla. Per un ventennio, Campana prelevò fondi ingenti sostituendoli con buoni e libretti di debito. Finalmente, un controllo delle casse dimostrò l’enorme deficit. Il marchese fu arrestato e tradotto all’Istituto San Michele, ancor oggi esistente sul Lungotevere a Ripa, con l’accusa di peculato e abuso di potere. Fu condannato a risarcire 900.000 scudi, una somma enorme, e a una pena detentiva di venti anni. Un anno dopo la sentenza, Pio IX accettò di commutarla in esilio perpetuo.

Intanto il Monte svendeva l’immensa collezione Campana. Lo zar Alessandro II comprò 700 opere, in particolare i marmi e i vasi antichi. La statua di Giove in marmo e bronzo, alta più di tre metri, è diventata un simbolo del Museo dell’Hermitage. Altre diecimila opere furono comprate da Napoleone III. Per citare alcuni esempi, il Louvre acquisì dalla collezione Campana il Sarcofago degli Sposi, capolavoro dell’arte etrusca e uno dei pannelli della Battaglia di San Romano di Paolo Uccello

La vicenda del Marchese Campana si presta ad illustrare il noto adagio, che è anche un’occasione per usare la parola più lunga della nostra bella lingua:

“Chi troppo in alto sal cade sovente

precipitevolissimevolmente”.

Trovo questa storia affascinante per almeno due ragioni.

La prima presenta qualche analogia con la nostra situazione attuale, chiusi come siamo in casa. Nell’anno che trascorse in carcere, Campana scrisse il catalogo completo della sua collezione, raggruppandone i pezzi in dodici classi: otto di arte antica e quattro di arte moderna. Non si può dunque dire che non occupò utilmente il tempo dell’arresto come anche noi, per altri versi, cerchiamo di fare. Questa classificazione è anche molto utile per capire i criteri museologici che si seguivano a metà Ottocento.

La seconda ragione riguarda il merito che ebbe Campana di considerare come degni di essere raccolte non solo le opere maggiori, ma anche gli umili oggetti quotidiani, non solo le opere in materiali pregiati, ma anche le terrecotte antiche. 

Le collezioni disperse, le case vendute, non resta niente a Roma che ci ricordi questo proteiforme collezionista. Se proprio vogliamo immaginarlo in un luogo concreto, non resta che fermarci davanti al Monte di Pietà dove lavorò per 25 anni e immaginarlo mentre ne varca la soglia giovane, bello, elegante e ignaro della sorte che lo avrebbe atteso.

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